Perché la Cina sta investendo in modo diverso in Medio Oriente

Tra il 17 ed il 20 gennaio il mondo ha assistito a qualcosa di simile al prologo di un romanzo fantapolitico. La scena si è aperta a Davos, una piccola cittadina tra le montagne svizzere, dove l’élite economica mondiale si è riunita per il World Economic Forum. Il segretario generale del più grande partito comunista del mondo e presidente della Repubblica Popolare Cinese ha aperto l’incontro, esprimendo una solida, esauriente ed a tratti poetica orazione in difesa della globalizzazione e del libero commercio. Xi Jinping ha descritto l’economia globale come “il grande oceano da cui non si può fuggire” e criticato ogni forma di protezionismo come un codardo, egoista e controproducente “ritiro nel porto”. In seguito, ha presentato la Cina come paladino delle politiche di apertura e dello sviluppo condiviso, proponendo l’apertura di aree di libero commercio all’interno della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica e la ripresa delle negoziazioni per l’apertura del Regional Comprehensive Economic Partnership.

Il 20 gennaio, Donald Trump è stato ufficialmente insignito della carica di presidente degli Stati Uniti d’America. Nel suo discorso di inaugurazione, il quarantacinquesimo presidente americano ha chiaramente definito la sua politica con lo slogan America First. Gli Stati Uniti, celebri difensori e promotori del libero scambio di merci e capitali, si sono ritirati nei loro confini e hanno accusato gli altri paesi di essere cresciuti a scapito dei lavoratori americani.

Donald Trump, uno dei principali beneficiari dell’ordine mondiale liberale, ha voltato le spalle al suo passato e la testa verso un futuro di protezionismo ed isolazionismo, promettendo chiaramente di rivedere ogni decisione circa il commercio, il sistema fiscale, l’immigrazione e gli affari esteri e di renderla conforme agli interessi delle famiglie e dei lavoratori americani. Nella sua visione del mondo: il protezionismo porterà ad una rinnovata prosperità e forza.

Coerentemente con quanto promesso, dalla casa bianca sono stati mossi i primi passi concreti di questa ritirata strategica. Mentre a Pechino si discutono meccanismi di ulteriore apertura, a Washington si annuncia un ritiro dal Trans-Pacific Partnership (TPP) e si minaccia un’uscita dal North American Free Trade Agreement (NAFTA), a meno che i partner non accettino una rinegoziazione.

Nello stesso documento, il nuovo centro del potere mondiale definisce la nuova politica estera come tendente alla pace attraverso la forza, rievocando inevitabilmente i tristi ricordi dell’era George W. Bush. Dopo aver dichiarato il proprio risentimento per i decenni di aiuti e di interventi militari all’interno dei confini di altri paesi, il nuovo presidente ha annunciato di voler eliminare lo Stato Islamico e gli altri gruppi terroristici dell’Islam radicale, anche attraverso coalizioni militari di tipo offensivo, quando necessario. Non una parola è stata spesa per indicare un piano di ricostruzione o almeno di prevenzione di future tensioni nella regione.

Dall’est si levano voci più gradevoli. L’influenza della Cina si è diffusa in modo globale seguendo il sentiero della coesistenza pacifica e della cooperazione Sud-Sud, insistendo sulla vicinanza con gli altri paesi in via di sviluppo in contrapposizione con i paesi occidentali. Un esempio di questa strategia è stato fornito nelle relazioni con i paesi dell’Africa subsahariana e dell’America latina. Ora che la Cina sta esprimendo il proprio interesse nei confronti dei paesi dell’Asia centrale, del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, ignorare gli sviluppi di questa strategia rappresenterebbe un’occasione persa di anticipare futuri scenari nella regione.

Nel gennaio 2016, Pechino ha rilasciato un documento, il China’s Arab Policy Paper, per informare circa l’approccio che la Repubblica Popolare Cinese si propone di mantenere nelle relazioni con i paesi interessati. Dopo un paragrafo introduttivo della storia delle relazioni tra la Cina ed i paesi arabi, dalla coesistenza pacifica che esisteva tra le potenze commerciali presenti lungo la Via della Seta fino al 2004, anno della fondazione del Forum per la Cooperazione tra Cina e Paesi Arabi, il documento descrive la strategia cinese per una cooperazione più costante e profonda nel futuro prossimo. Grande enfasi è data ai principi di “guadagno reciproco” e di “sviluppo condiviso”, due mantra nelle relazioni diplomatiche cinesi. In un’area così delicata e peculiare come quella della regione mediorientale, questi principi si coprono di significati più ampi, e necessitano di piani più ambiziosi per essere messi in atto, presupponendo quindi un “nuovo modello di relazioni internazionali”. Un nuovo approccio è proposto anche per la sicurezza e la lotta al terrorismo, definendone le finalità nella prevenzione e nella lotta alle sue cause primarie. Lo sviluppo economico dei paesi a rischio è posto quindi alle fondamenta di qualsiasi tentativo di peacekeeping. La Cina si impegna a supportare direttamente le forze armate dei paesi interessati, tramite aiuti finanziari e consulenza amministrativa piuttosto che tramite una maggiore presenza di proprie truppe.

Non sorprende che il documento si focalizzi soprattutto sulla cooperazione nel commercio e negli investimenti. Il testo del Paper sottolinea come i paesi arabi siano diventati i principali fornitori di olio greggio diretto in Cina, rivelando la principale ragione di interesse nell’area. Nel documento, la strategia di mutuo beneficio è descritto come uno schema 1+2+3, in cui la cooperazione energetica è il presupposto, la costruzione di infrastrutture e l’agevolazione allo scambio di merci e di investimenti sono le due forze motrici e la cooperazione tecnologica in materia di energia nucleare, di satelliti spaziali ed energia rinnovabile sono i tre passi avanti.

Come in ogni cooperazione basata sul guadagno reciproco, dei benefici sono stati promessi alla controparte. La Cina si è impegnata a portare a termine le negoziazioni per il China-Gulf Cooperation Council Free Trade Agreement che includa anche l’entrata di una maggiore gamma di prodotti non petroliferi nel mercato cinese, assecondando una critica spesso mossa alla Cina dai paesi arabi. Il focus principale rimane però sulla promessa cooperazione nella costruzione di infrastrutture.

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