Dopo tre anni di presidenza di al-Sisi in Egitto, la situazione economica nel paese è diventata sempre più drammatica. L’opposizione è bloccata dagli arresti di massa, che al momento costringono in carcere 60.000 oppositori politici. Nonostante l’assenza di un’alternativa di potere, il malcontento tra le fasce più povere della popolazione sembra aumentare di giorno in giorno. In un’intervista del programma One of the People di Amr El Laithy su Al Hayat TV, un guidatore di un minibus inveisce contro un governo che non riesce ad amministrare un paese che “alla televisione sembra Vienna, ma per le strade sembra di essere in Somalia”. Incredibilmente, l’anonimo autista sembra avere le idee molto chiare sulle necessità più urgenti per l’Egitto: istruzione, sanità e agricoltura.

Nel paese quasi un quarto della popolazione, il 27,8% secondo i dati ufficiali egiziani, vive in condizioni di povertà: parliamo di oltre 20 milioni di persone. Le condizioni economiche del paese peggiorano ormai in modo costante dalla rivoluzione del 2011: nonostante una breve ripresa dal luglio 2013, con la fine del governo dei Fratelli Musulmani e il ritorno dei militari al potere, l’economia egiziana soffre un’inflazione feroce che consuma la capacità di spesa degli egiziani. Dal febbraio di quest’anno l’inflazione, già molto alta al 9%, è quasi raddoppiata, fino al 16,4%. Le ragioni essenziali di questa crisi continua sono l’assenza di risorse (anche energetiche: nel Sinai è sempre più difficile produrre petrolio a causa del terrorismo islamista), la carenza di cibo strutturale (l’Egitto importa quasi metà del fabbisogno alimentare) e l’incapacità di gestire un’economia controllata ancora da monopoli e una burocrazia inefficiente.

L’ultima crisi che sta aggravando le condizioni della popolazione riguarda lo zucchero. Come racconta Reuters, lo zucchero è monopolio statale ma è anche un alimento molto comune in questa regione. L’Egitto importa un terzo del suo fabbisogno (un totale di circa 3 milione di tonnellate ogni anno), ma la debolezza della moneta egiziana non permette di spendere dollari per l’importazioni di questo prodotto. Lo zucchero è un elemento essenziale della cucina egiziana: a tal punto che un quinto della popolazione soffre di diabete.

La crisi dello zucchero mostra con l’economia egiziana sia sempre più vicina al collasso. Dopo il crollo del turismo, la diminuzione delle rimesse dal Golfo e dei passaggi sul Canale di Suez, l’Egitto ha consumato quasi tutte le proprie riserve di valuta estera. Nonostante il presidente al-Sisi abbia cercato in ogni modo di conservare la propria relazione speciale con l’Arabia Saudita – regalando anche due isole egiziane al re di Riyad, nonostante le proteste degli egiziani – la Aramco, la compagnia petrolifera saudita, ha ritardato la vendita del suo petrolio a prezzo di favore per l’Egitto. Per ottenere la concessione di un prestito dal Fondo Monetario Internazionale, il governo egiziano quest’anno ha tagliato i sussidi pubblici del 14%, risparmiando 8,7 miliardi di dollari, ma non è bastato. Soprattutto se la rabbia degli egiziani porterà a nuove proteste di piazza.

Da qualche giorno alcuni esponenti del Ghalaba Movement, il movimento degli emarginati, propongono una grande manifestazione contro il Governo egiziano il prossimo 11 novembre. Il movimento è nato come gruppo su Facebook e riscuote molto successo tra gli egiziani, ma non è chiaro chi si sia dietro. La pagina propone i video di Yasser El Omda, che in passato ha lavorato per la televisione El Sharq, vicina alla Fratellanza Musulmana. Non è molto chiara neanche la scelta di questa data: secondo alcuni la data con 4 cifre uguali ricorderebbe il simbolo Rabaa, utilizzato dai Fratelli Musulmani per ricordare la strage del 14 agosto 2013, quando 683 persone furono uccise dalla polizia durante una manifestazione a sostegno di Mohammed Morsi, presidente islamista spodestato poche settimane prima dal ritorno dei militari.

Secondo alcuni, come Shahira Amin su Al Monitor, ritiene che una seconda rivoluzione egiziana sia ancora lontana. Innanzitutto perché la Fratellanza Musulmana ha buona parte dei propri leader in carcere e le fazioni più aggressive sono state sovrastate da un regime ancora più duro o dalla concorrenza di altri gruppi terroristi, come l’ISIS. Questo dato è difficile da negare. Inoltre, secondo Amin, la debolezza della popolazione, sfiancata da un’economia sempre più critica, dovrebbe evitare una rivolta di piazza. Su questo secondo punto è difficile essere d’accordo: anche nel 2011, dopo anni di crisi alimentare e di disoccupazione, fu raggiunto il punto di non ritorno che convinse gli egiziani che sfidare il regime di Mubarak fosse meglio che morire di fame. Vedremo il prossimo 11 novembre cosa sceglieranno di fare gli egiziani.

FOTOGroup Shisha, Marwa Morgan/Flickr. CC BY-NC-ND 2.0
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È laureato in Relazioni Internazionali a Torino, ha studiato alla Bilgi University di Istanbul e ha lavorato per l'ICE in Egitto. Si occupa di Islam politico e di economia politica internazionale. Per il CSIC è responsabile del programma Medio Oriente.