Il vizio d’origine della rivoluzione turca

Renato La Valle è un giovanissimo cronista del Giornale d’Italia quando sbarca come corrispondente a Costantinopoli nell’estate del 1908, alcune settimane dopo la rivoluzione costituzionale promossa dai Giovani Turchi. Di Turchia sapeva ben poco, ma del resto (benché la Turchia all’Europa si rivolgesse costantemente) “nessuno in Europa ne sapeva niente”. Così scrive giustamente il figlio del giornalista, Raniero, che ha curato questa preziosa raccolta di articoli su un periodo cruciale per la storia della Turchia contemporanea: Cronache ottomane di Renato La Valle. Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico (Bordeaux Edizioni, 2016). Tra il primo e l’ultimo scritto dedicato da Renato La Valle alla Turchia, infatti, si compie la rivoluzione costituzionale giovane turca (23 luglio 1908), viene sconfitta la controrivoluzione ispirata dal sanguinario sultano e ultimo vero califfo Abdul Hamid (aprile 1909), si consuma il tragico massacro degli Armeni (giunto al culmine negli anni della Prima guerra mondiale), l’Impero ottomano si disgrega inesorabilmente per effetto degli impulsi nazionalisti, viene proclamata la Repubblica (1923) e abolito il Califfato (1924) da quella che è a tutti gli effetti una nuova generazione di Giovani Turchi.

Nel frattempo, lo sguardo critico e curioso del giornalista ci coinvolge direttamente con le meravigliose descrizioni di Costantinopoli e del quartiere europeo di Pera (un “piccolo villaggio travestito da Parigi”), delle sue feste, dei suoi riti, dei suoi palazzi, delle sue crudeltà. Interrogano direttamente la nostra coscienza i suoi toni orgogliosi e risentiti quando è l’Italia a voler strappare un pezzo dal “malato d’Oriente”, gettandosi alla conquista della Tripolitania (1911). Grazie al sincero commento di Raniero alle vicende personali di suo padre, conosciamo così anche l’entusiasmo civilizzatore (cioè colonialista) dell’Italia, attraverso l’imprudente patriottismo del cronista; intravediamo in lontananza l’avvento del fascismo, che ne stroncherà la carriera; riflettiamo sull’urgenza e la complessità di questioni ancora oggi irrisolte.

Su tali temi (in particolare sulla guerra in Libia, sul genocidio armeno e sul sedicente Califfato islamico), le riflessioni attualizzanti di Raniero sono stimolanti, ma nulla potrebbero aggiungere all’attualità, già di per sé grande, di queste cronache ottomane. Le corrispondenze di Renato La Valle testimoniano infatti – nonostante alcuni riflessi orientalisti – un acuto tentativo di raccontare soprattutto due nodi cruciali: l’impossibile laicità in Oriente, dove ogni religione è anche espressione di nazionalità; il profondo abisso tra la nostra mentalità occidentale, forgiata sul 1789, e la crosta secolare degli ordinamenti tradizionali in vigore nell’Impero musulmano.

Il cronista rilevava già in quello squarcio di storia le contraddizioni ricorrenti e i paradossi ancora vivi in Turchia, prima fra tutte l’entrata del militarismo in Parlamento; l’impossibilità di trapiantare la rivoluzione (e la Costituzione) in un Paese che, oppresso da secoli di tirannia, non abbia dolorosamente e lungamente maturato la coscienza della libertà politica; il conflitto tra il modello di modernizzazione occidentalista e un paradigma che abbracci tradizioni locali e valori religiosi; la tensione tra lo spirito nazionalista e quello panislamista. Eppure, a ben vedere, le due correnti sono tutt’altro che in conflitto, perché in fondo – nonostante la loro retorica “liberale e occidentalista” – i Giovani Turchi (così come i futuri kemalisti) “sono non meno conservatori, non meno nazionalisti e non meno xenofobi” dei musulmani più reazionari.

Nel leggere le cronache di La Valle, lo studioso di Turchia rintraccia la genealogia dell’esperienza kemalista e le incoerenze del laicismo turco, che mai (nemmeno durante le rivoluzioni) ha potuto anche solo realmente pensare una Turchia senza l’Islam. E nel guardare alla Turchia dell’AKP sotto la luce di queste cronache, acquista un’inedita, drammatica profondità la domanda formulata onestamente dal cronista: può certamente darsi che l’islamismo ammetta il regime liberale e la democrazia, ma questa può forse realizzarsi in assenza di una mentalità collettiva che la comprenda?

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