Forse non tutti sanno che c’è stato un tempo nel quale il sanguinario Rodrigo Duterte, sedicesimo presidente delle Filippine, è stato vicino all’Islam. Durante la sua adolescenza, infatti, era solito trascorrere molto tempo in compagnia della nonna, musulmana integerrima e ideologicamente ostile agli Stati Uniti. Anche se non è facile quantificare quanto l’educazione di Duterte abbia poi influito sul suo pensiero politico adulto, la sorella, in una intervista riportata sul Wall Street Journal, ha confermato di come la nonna sia stata fondamentale per trasmettere ai nipoti “l’idea che gli Stati Uniti fossero colpevoli di crimini durante il periodo dell’invasione e della colonizzazione”.

Dopo un’adolescenza travagliata e difficile, Duterte ottiene la laurea breve in Scienze Politiche (Lyceum of the Philippines, Manila) nel 1968 studiando con Jose Maria Sison, che più tardi avrebbe fondato il Partito Comunista delle Filippine (dichiarato poi gruppo terroristico dagli Stati Uniti) e organizzato l’insurrezione del 1969. Nel 1972 si laurea anche in Giurisprudenza al San Beda College of Law per poi iniziare una vertiginosa carriera come Pubblico Ministero a Davao, concentrando le sue energie nella lotta al micro-crimine e al mondo della droga.

Proprio Davao diventerà la città-laboratorio del progetto politico di Duterte. Siamo negli anni Ottanta e Davao è completamente lacerata dalle pressioni intollerabili di bande di criminali, di stupratori, di trafficanti di droga e di estremisti islamici. Il presidente delle Filippine dell’epoca era quello stesso Ferdinand Marcos che sarebbe stato poi destituito nel 1986 in seguito alla cosiddetta people power revolution. Con la cacciata di Marcos, numerose regioni delle Filippine, da sempre restìe al compromesso, precipitano nel caos del disordine e nel buio dell’anarchia. Il collasso sistemico diviene particolarmente evidente nel sistema giudiziario che, nutrito di nepotismi e corruttele di varia natura, non riesce più a garantire la minima tutela giudiziaria. Davao è solo una tra queste realtà.

Vittima di una rapina da parte di una di queste gang criminali, l’atteggiamento di Duterte – che nel frattempo diviene sindaco di Davao (1988) – è portato naturalmente alla violenza e al ricorso metodico al processo sommario ed extra-giudiziale percepito come unica forma di giustizia impiegabile nella giungla meridionale del paese. In questo periodo, l’assetto socio-politico del sud delle Filippine costituisce l’humus ideale per la proliferazione di una galassia nebulosa e prevalentemente feudale di gruppuscoli estremisti di matrice quasi esclusivamente jihadista.

L’estrinsecazione filippina dell’estremismo jihadista corrisponde a parte del pensiero tausūg (suluk), tipico delle genti che popolano quella peculiare regione delle Filippine che prende il nome di Mindanao. La cifra socio-politica interessante di tale area risiede nel fatto che essa è quella a più forte densità islamica di tutte le Filippine, paese quasi esclusivamente cristiano. Il Mindanao è sempre stato un crogiolo di culture sovrapposte che, nonostante due ondate di colonizzazione da parte di spagnoli e americani, è riuscito a sopravvivere. Questo è stato possibile, tra le altre cose, grazie a pratiche di resistenza tausūg che si sono mantenute pressoché inalterate fino ai giorni nostri.

Al termine della dominazione coloniale e dalla dichiarazione di indipendenza delle Filippine, tali pratiche hanno continuato ad esistere nella velleità del Mindanao di separarsi da Manila, corrotta, corruttrice e a un livello di sviluppo economico irraggiungibile al sud. L’dea di lotta per l’autodeterminazione del Mindanao si è estrinsecata nella formazione di una ideologia della resistenza che prese il nome delle persone che la animarono: i Moro, ovvero la popolazione non cristiana delle Filippine. Il loro essere anti-sistema e profondamente rivoluzionari portò un leader benvoluto e carismatico come Nur Misuari a costituire nel 1969 il Fronte di Liberazione Nazionale Moro (MNLF), inaugurando la stagione della lotta contro Manila. Nato come movimento indipendentista, il gruppo di Misuari si è dovuto confrontare con il realismo della storia, scendendo a negoziazioni e compromessi con il governo centrale e scontentando le frange più estremiste, pure presenti, del gruppo. Questa iniziale divergenza ideologica è stata alla base delle numerosissime scissioni che si sarebbero consumate nell’intero arco storico del radicalismo islamico filippino.

È proprio in questo contesto che mutano per sempre i costrutti ideologici di Rodrigo Duterte e, soprattutto, la valutazione che egli ha dell’Islam che pure era stato un elemento di socializzazione primaria con il mondo reale. Grazie ad una nutrita squadra di efferati vigilantes, Duterte imposta il suo regno del terrore per il tramite di un sistema di potere pressoché assoluto, di vita o di morte, nei confronti di tutti gli esponenti del mondo del crimine.

Nella mentalità contro-radicale di Duterte la definizione di crimine diviene concetto normativo la cui operazionalizzazione lascia spazio a un’ampia banda di oscillazione. In questo spettro finirà per ricadere anche l’estremismo islamico. Alcuni tra i suoi collaboratori hanno affermato che egli se ne andava esortando i suoi adepti sulla necessità di uccidere i musulmani radicali con stragi di massa all’interno delle moschee. Atteggiamento ribadito anche in seguito ai due sanguinosi attentati occorsi a Davao il 2 e 13 settembre 2016 (29 morti, 70 feriti) e dopo la rivendicazione del gruppo Maute, una costola di Abu Sayyaf. Duterte si lascia sfuggire queste lapidarie parole: “Se mi fate diventare pazzo, sono onesto, vi mangerò vivi, crudi […] mi scolpirò il vostro addome aperto. Datemi olio e sale e vi mangerò, non sto scherzando”. Un espressionismo linguistico degno del miglior purificatore del mondo. Non è un caso che nel frullato ideologico di Duterte egli si sia anche paragonato ad Adolf Hitler e a Pol Pot. L’equazione è molto semplice: le Filippine devono essere purificate dalle presenze impure, alla stregua della Cambogia dei Khmer Rossi e della Germania nazista.

Tuttavia, non ci sono fondate ragioni per ritenere che il delirante maquillage ideologico di Duterte contenga sempre prasseologie operative e pragmatismo dell’azione. Più semplicemente, nel populismo multiforme e polisemantico, Duterte ha trovato consenso. Tornando all’Islam, vale la stessa regola: Duterte non odia l’Islam tout-court, né mai potrebbe odiarlo. Duterte è figlio della cultura della resistenza tausūg e ben ricorda gli insegnamenti della nonna e dell’universo normativo dei Moro.

Proprio di fronte a questi ultimi, nel corso di un comizio elettorale nell’Autonomous Region in Muslim Mindanao (ARMM) dell’aprile 2016 – e cioè appena pochi mesi prima della sua nomina presidenziale – Duterte si sarebbe lasciato scappare la laconica battuta: “Sarò il presidente dei Moro”. Il fatto che Duterte e ‘Islam non siano incompatibili è punto dimostrato. Nel turbinio ideologista teleologico di Duterte, conta più la cultura della resistenza rispetto al significato assunto in sé dai nemici effettivi. Colpire il criminale significa proprio colpire in modo informe e spesso irrazionale.