L’Economist Intelligence Unit è l’ufficio dell’Economist che si occupa di produrre analisi e previsioni sul mondo economico e finanziario. In particolare raccoglie dati che gli consentono di proporre ipotesi per i prossimi decenni, identificando i rischi potenziali per il business, aggiornando i loro report periodici.

Oggi Mohamed Abdelmeguid, esperto di economia mediorientale per l’Economist, ha organizzato un webinar per discutere l’evoluzione dell’economia mediorientale nel 2017, proponendo alcune previsioni sul prossimo futuro. Il Medio Oriente è una regione che sta soffrendo una stagnazione di lunga durata. Per capire meglio questa dinamica, è utile confrontare la crescita del PIL reale, che in Medio oriente è stato in media del 0,4% annuo, mentre in Asia Orientale è stata dieci volte tanto (4,0% annuo). Secondo gli analisti dell’Economist, molti regimi quest’anno si trovano in una posizione vulnerabile, soprattutto in Africa del Nord, a causa dell’inflazione crescente, dell’aumento del costo della vita e della disoccupazione diffusa. Al contrario, nell’area del Golfo le riforme economiche in atto metteranno in discussione il tradizionale patto sociale tra governanti e governati.

L’elezione di Donald Trump potrebbe avere conseguenze importanti sull’economia della regione. Il nuovo presidente ha messo in discussione la difesa americana della regione del Golfo, chiedendo ai paesi di contribuire alle spese di mantenimento delle basi militari. Tuttavia, una diminuzione della potenza saudita porterebbe all’apertura di uno spazio politico in Medio Oriente che potrebbe essere colmato con facilità dall’Iran: un risultato a cui Trump probabilmente non aspira. Infatti è sua intenzione mettere fine all’accordo diplomatico con Tehran, che ritiene troppo morbido nei confronti del regime iraniano. È difficile che Trump agisca unilateralmente, ma in questo l’Iran potrebbe comunque contare sul partneriato economico dell’Europa e dei paesi emergenti. Dunque non è facile immaginare un tramonto definitivo dell’accordo iraniano.

L’Iran è la realtà economica più promettente in Medio Oriente: ha una crescita attesa del 5% nel prossimo anno, grazie a un mercato di consumatori che per diversi decenni non ha potuto interagire con l’economia internazionale. Anche se è difficile fare previsioni dopo anni di congelamento, il mercato dei consumatori sembra promettente. La forza lavoro iraniana è altamente qualificata e l’economia è variegata. Un punto a favore del commercio iraniano potrebbe essere la vittoria della battaglia di Mossul e una ripresa dell’Iraq, importante partner dell’Iran. Vedremo se le decisioni dell’amministrazione americana avranno conseguenza sull’economia di questo paese.

L’Egitto è un altro paese chiave per l’economia del 2017. È un esempio importante della volontà di alcuni paesi mediorientali di modificare i propri partner economici. Nel corso dell’anno la regione dovrà affrontare le conseguenze della diversificazione economica che sta avvenendo nei paesi del Golfo, che cercano di abbandonare un’economia monocoltura legata alle risorse energetiche con importanti riduzioni di spesa. La conseguenza sugli altri paesi mediorientali è la diminuzione degli aiuti e degli investimenti arabi, che porterà a due conseguenze: tagli di spesa anche in questi paesi e apertura a nuovi partner, come Russia e Cina. In Egitto i nuovi accordi commerciali consentiranno di evitare una crisi di liquidità, grazie agli investimenti esteri. La lira egiziana è fluttuata molto alla fine dello scorso anno e si prevede che questa volatilità prosegua per la prima metà del 2017. Durante l’estate saranno disponibili i primi risultati del nuovo giacimento Zohr, la più grande riserva di gas al mondo scoperta di fronte alle coste egiziane sul Mediterraneo. In conseguenza di ciò, la moneta egiziana si riapprezzerà sul dollaro e tornerà gradualmente verso un cambio meno favorevole agli stranieri.

Come si è visto, i paesi del Golfo Persico stanno rimodulando le proprie economie per affrontare un futuro meno legato alle riserve energetiche. Per la prima volta negli ultimi 60 anni l’Arabia Saudita ha iniziato un processo di diversificazione economica, che avrà risultati positivi e negativi. Non si può parlare di crisi economica in questo caso, poiché mancano elementi di crisi in corso, ma è piuttosto un cambiamento di approccio verso i problemi strutturali dell’economia saudita. Gli Emirati Arabi Uniti stanno lavorando a una riforma del sistema bancario ed è da escludere una crisi finanziaria nel Golfo nel corso del 2017. Gli indicatori di questi Stati sono positivi, anche se le bilance commerciali stanno lentamente diventano negative: ciò comporterà alcuni problemi soprattutto per i paesi più piccoli del Golfo.

In conclusione, la regione mediorientale affronta alcuni cambiamenti importanti. In generale è visibile una diminuzione della presenza statale nell’economia, che darà spazio al settore privato. I processi sono abbastanza graduali nel Golfo, ma i paesi che hanno siglato nuovi accordi col il Fondo Monetario Internazionale (Egitto, Tunisia, Iraq, Yemen, Giordania, Marocco) vedranno dei cambiamenti più veloci. I rischi per la crescita economica in Medio Oriente al momento sono l’inflazione molto alta (soprattutto in Africa del Nord), la riduzione della spesa pubblica, i tagli dell’OPEC, la presenza incombente della Cina, il rallentamento dell’Europa (che è un partner commerciale fondamentale per i paesi nordafricani) e il protezionismo americano. Chi intende investire nella regione mediorientale dovrà tenere conto della crescita minore dei paesi in Africa del Nord e di eventuali ritardi nei pagamenti dei Governi, con alcune piccole crisi di liquidità verso i creditori. Alcuni paesi promettenti confermano i propri trend positivi – come il Marocco, mentre altre realtà – come l’Iran – sono ancora suscettibili delle evoluzioni politiche in corso a livello internazionale. Un eventuale ritorno generalizzato al protezionismo potrà avere ripercussioni sul Medio Oriente come nel resto delle economie globali.