Da diverso tempo, probabilmente dal 2001 in poi, molti studiosi hanno messo in discussione l’egemonia statunitense e, soprattutto, l’ordine internazionale a cui sovrintende (c’è un ottimo saggio di John Ikenberry sull’argomento, Leviatano liberale, un po’ lungo ma descrive con chiarezza il modo con cui gli Stati Uniti hanno imposto la propria visione liberale sul mondo). Negli ultimi anni due eventi hanno messo in discussione la certezza di un ordine fondato sul Leviatano hobbesiano, ossia gli Stati Uniti: l’emergere della Cina come potenza globale e la crisi economica del 2008. Infine la ritrosia di Barack Obama sullo scenario internazionale ha lasciato emergere qualche dubbio sull’efficacia degli Stati Uniti, soprattutto in Medio Oriente.

Ma il declino americano, si dice, è un declino relativo, non dovuto tanto alla perdita di forza degli Stati Uniti quanto alla crescente affermazione di alcune potenze emergenti. Nye esamina punti di forza e di debolezza di tali potenze emergenti mostrando che nessuna di esse ha i numeri per svolgere, in un futuro prossimo, il ruolo che i teorici del declino assegnano loro. Nemmeno la Cina, sulla quale Nye si sofferma a lungo, può aspirare a sostituire gli Stati Uniti e nemmeno a concorrere (per ragioni che l’autore spiega efficacemente) alla formazione di un sistema bipolare Cina-Stati Uniti in grado di sostituire il bipolarismo Unione Sovietica-Stati Uniti dei tempi della Guerra fredda. Il libro mostra che una «transizione di potenza» (il passaggio del testimone dagli Stati Uniti ad altre potenze) non è un’eventualità plausibile.

Il Mulino ha appena pubblicato la traduzione dell’ultimo libro di Joseph Nye, Fine del secolo americano?, un celebre politologo che si è spesso occupato dalla iperpoussiance americana: ha inventato lui il concetto di soft power e la sua opera più interessenta è proprio Il paradosso del potere americano. Il suo libro analizza la crisi di potere americana e difende la resistenza del potere degli Stati Uniti. Angelo Panebianco ha recensito sul Corriere il libro, apprezzandone l’analisi della complessità contemporanea.