La guerra del Libano raccontata da un protagonista: intervista a un soldato delle Forze Libanesi

Il Libano è da sempre teatro di lotte e guerre fratricide, ma nulla è paragonabile a quanto avvenuto nel 1975, quando, a seguito degli eventi accaduti in Giordania nel 1970 noti come «Settembre Nero», il numero dei guerriglieri (fedayin) palestinesi presenti in Libano era notevolmente aumentato. Le tensioni da sempre esistenti tra le diverse etnie nel paese e la presenza dei fedayin palestinesi contribuirono allo scoppio della guerra civile (1975-1990), che vedeva scontrarsi le forze dell’OLP, sostenute dai libanesi musulmani e dall’Esercito Siriano, e le forze cristiane libanesi. Ho conosciuto Rony durante uno dei miei viaggi in Libano: è un ex combattente delle Forze Libanesi che ha voluto raccontarmi la sua guerra, i suoi dolori, la sua storia.

De Marchi: Cosa voleva dire far parte delle Forze Libanesi? Chi ne faceva parte, che tipo di visione proponevano, cosa si aspettavano?

Rony: Io sono entrato a far parte delle Forze Libanesi nel ’78 quando la guerra era già iniziata da quasi tre anni. C’era questa idea diffusa di voler cacciare i cristiani dal Libano, di portarli chissà dove… vivevamo in una situazione di grande pericolo: i massacri avvenivano ovunque ci fossero minoranze cristiane. I villaggi erano distrutti e tantissimi erano sfollati e cercavano di scappare. Inizialmente erano i fedayin palestinesi e i comunisti a combatterci, in seguito sono stati affiancati dall’Esercito Siriano. Nell’estate del 1978 è scoppiata la guerra tra le forze libanesi e quelle palestinesi-siriane in quella che è passata alla storia come la guerra dei Cento Giorni. Le truppe nemiche erano dappertutto, anche nel cuore delle zone cristiane del Libano, ma poco a poco hanno cominciato a ritirasi da Jounieh, da Byblos e dalla zona cristiana di Beirut. Era una cosa insopportabile, distruzione, bombardamenti, massacri erano all’ordine del giorno e molti come me hanno sentito il dovere ma soprattutto il desiderio di difendersi. Volevano mandarci via dal Libano e noi eravamo pronti a difenderci. Quello che ci aspettavamo era di far fronte all’occupazione e a questa guerra il cui unico obiettivo era cancellare la presenza dei cristiani in Libano.

Per me è stato molto importante farne parte, avevo meno di 18 anni quando ho cominciato a prendere parte ai combattimenti ed ero fiero di quello che facevo. Ma al tempo stesso ero ancora una persona normale, durante i periodi di calma continuavo a frequentare la scuola, ad esempio. Tanti dei ragazzi che si erano uniti al braccio armato delle Forze Libanesi, invece, non ne erano poi cosi convinti. Noi, quelli convinti, durante gli anni della guerra civile del 1980-1983 (io a quei tempi avevo 21 anni ed ero studente) organizzavamo riunioni nelle scuole superiori per parlare con gli studenti: cercavamo di aiutarli a capire l’importanza della causa e incoraggiarli a prendere parte alla difesa. Non tutti però comprendevano a fondo la situazione, la necessità della lotta. Molti continuavano a condurre una vita normale, lontani dalla guerra: anche in quel periodo infatti, molte zone della vita notturna, pub e locali erano aperti nelle città che non erano sotto diretto bombardamento.

Come era strutturato il braccio armato delle Forze Libanesi?

Quando è scoppiata la guerra nel ‘75 non esisteva un vero e proprio braccio armato. Il nostro “braccio armato” era in realtà un piccolo movimento spontaneo nato dall’unione dei diversi partiti cristiani e di destra che avevano cominciato ad addestrare i giovani per dare supporto all’Esercito Libanese. Ci eravamo accorti che la situazione stava degenerando e che l’Esercito Libanese non riusciva ad agire; era bloccato dalle diverse decisioni politiche, e non era in grado di fronteggiare come avrebbe dovuto i fedayin palestinesi. Anche io ho preso parte agli addestramenti. Spesso erano gli stessi ufficiali dell’Esercito Libanese che in segreto venivano ad addestrarci perché consapevoli che l’Esercito non era in grado di rispondere da solo a questa emergenza. La situazione è poi degenerata nel marzo del ’76, quando l’Esercito si è diviso tra coloro che erano fedeli alla comunità cristiana e coloro che invece sostenevano i musulmani. In quel momento fu chiaro a tutti che l’Esercito Libanese non avrebbe agito ed è stato allora che le Forze Libanesi hanno cominciato a combattere davvero.

La suddivisione della popolazione tra Forze Libanesi e Partito Socialista rispecchiava la suddivisione etnica-religiosa della società? Si sceglieva a che partito far riferimento in base alla propria religione?

Generalmente sì, ma anche tra le Forze Libanesi vi erano dei non cristiani e allo stesso modo alcuni cristiani hanno combattuto a fianco dei palestinesi. Ma in linea generale era una guerra di religione: una guerra voluta dai Palestinesi per allontanare i cristiani dal Libano. Noi rappresentavamo il simbolo della democrazia, della libertà, dell’apertura verso tutti quei valori umani propri del Cristianesimo ma che non vengono riconosciuti dall’altra fazione. Per loro eravamo il braccio destro dei sionisti, dell’America, mentre loro erano i comunisti (ndr: i siriani).

Nel 1982 Israele entra il Libano per liberalo dai guerriglieri palestinesi e dall’Esercito Siriano. Quale era la percezione della situazione reale e del pericolo secondo un cittadino/soldato libanese? Si temeva che l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) potesse in qualche modo prendere potere in Libano? Era una percezione o esistevano dati che confermavano questa paura?

Come cittadino, voglio fare un’introduzione: la comunità cristiana era in pericolo e si sentiva completamente abbandonata dal mondo. Ci sono stati dei tentativi di dialogo a livello diplomatico con la comunità internazionale, ma la sensazione generale era quella di abbandono. I siriani ci bombardavano, tentavano di avanzare a Beirut: noi eravamo ammucchiati in uno spazio di 4 km², completamente circondati dai siriani e dai loro alleati. L’unica fonte di salvezza era il mare. Per rifornirci di cibo e viveri andavamo di notte in mare con le barche dei pescatori a comprare dalle navi mercantili, che arrivavano di notte per paura dei bombardamenti. Noi compravamo la merce e la portavamo dentro. Per noi cristiani “l’invasione” israeliana è stata una salvezza vera e propria, il momento tanto atteso in cui finalmente una grande forza interveniva per mettere fine al massacro continuo.

Come soldato, da quando è scoppiata la guerra dei Cento Giorni le Forze Libanesi hanno intrattenuto rapporti segreti con l’Esercito Israeliano. Noi avevamo bisogno di armi, di munizioni. Inizialmente la nostra resistenza avveniva con fucili da caccia ma ci trovavamo di fronte ad un esercito potente, con armi sofisticate, carri armati, cannoni, lanciamissili e razzi, e noi avevamo bisogno di difenderci. Quindi compravamo le armi da Israele, non sarebbe stato possibile fare diversamente, era l’unico modo per portare avanti la resistenza. Quindi questo è uno dei motivi per cui abbiamo dovuto accettare l’aiuto israeliano. Per noi era conveniente, a livello politico è stata la nostra salvezza. Noi temevamo che i palestinesi potessero prendere potere e riuscire a spaccare la nostra resistenza, come poi è successo nel 1990 quando l’Esercito Siriano è entrato a Baabda. Fortunatamente in quel caso sono intervenute le forze internazionali. Ma i massacri ci sono stati, tantissimi soldati dell’Esercito Libanese sono stati uccisi durante l’ultima invasione siriana quando le truppe nemiche sono entrate a Baabda, ma di queste cose nessuno ne parla.

Quale era la posizione del governo? Perché l’Esercito Libanese non combatté da solo i guerriglieri dell’OLP? Il governo non temeva che Israele avesse interessi strategici sul territorio e che una volta annientati i fedayin palestinesi non avrebbe accettato di lasciare il paese?

Il governo libanese non aveva potere. Il potere che funzionava era quello militare e a quei tempi l’Esercito era spaccato, solo un piccolo gruppo era rimasto fedele al governo. E loro cercavano di resistere all’interno della zona protetta dalle Forze Libanesi. In fondo loro speravano che noi riuscissimo a resistere. L’invasione israeliana è stata la soluzione per mettere fine alla presenza dei fedayin palestinesi ed è stata una soluzione per tutti: certamente il governo temeva che Israele avesse interessi politici sul territorio, ma a quei tempi non si parlava di rimanere. E poi le cose sono accadute così velocemente che non c’è stato tempo per capire cosa stesse davvero succedendo. Quando gli israeliani sono entrati in Libano, nessuno si aspettava che riuscissero a superare Tiro, nel sud del Libano; invece dopo tre giorni erano già arrivati a Beirut. È anche vero che alcune avvisaglie di una imminente invasione israeliana c’erano state, i siriani infatti avevano anche rafforzato le loro postazioni, ma nessuno si aspettava una cosa del genere. Ed è stato difficile comprendere il volume di questa invasione. Per noi è stata la salvezza. La fine di un’agonia.

Quale era la percezione dei soldati riguardo la politica interna/estera del paese?

Noi come combattenti ci intendevamo pochissimo di politica, anzi odiavamo la politica. Noi eravamo interessati ai fatti. La politica è fatta di chiacchiere. Sì, qualcuno seguiva le notizie diplomatiche ma a noi interessavano i fatti e quindi speravamo che gli israeliani non si fermassero e liberassero completamente il paese dai fedayin e dai siriani. Invece poi si sono fermati anche loro, e i siriani sono rimasti in gran parte nella Bekka e nel nord del Libano. C’è da dire una cosa: l’invasione israeliana ha fatto molte meno vittime palestinesi della guerra che è seguita dopo, manovrata dalla Siria quando hanno dichiarato Abu Mussa ufficiale delle truppe palestinesi. È seguita una guerra tra le truppe di Abu Mussa, appoggiate dai siriani, e quelle che erano fedeli ad Arafat (nota: Arafat era a Tripoli a quei tempi). I siriani hanno circondato e distrutto intere zone di Tripoli per mandarlo via e il numero delle vittime palestinesi di questa guerra è stato di gran lunga superiore delle vittime causate dall’invasione israeliana. Non voglio giustificare, ma questi sono dati di fatto.

Cosa pensavano i soldati entrando nei campi di Sabra e Chatila? Come vi è stato motivato l’attacco? Quanto sapevano riguardo a come si sarebbe svolta l’operazione?

Questo bisogna chiederlo a chi è entrato nei campi. Però ti dico che sicuramente i responsabili, i capi delle Forze Libanesi non sapevano e non c’entravano. Si parlava di un’operazione imminente, un gran gruppo di soldati era stato radunato e portato in aeroporto, vicino ai campi. Non successe nulla; sono rimasti lì per ventiquattro ore e solo dopo sono stati avvisati che l’operazione era stata annullata. Ma in quelle ventiquattro ore ci sono state le prime ondate di massacri dentro i campi. Io non parlo di israeliani, sono stati fatti dei rapporti ufficiali e bisogna tornare a guardare lì. Si parla di un corpo dell’esercito del sud del Libano, quello di Haddad, filoisraeliano, armato e pagato da Israele e si parla delle Forze Libanesi di Hobayka. Perché questo è stato fatto, non lo so.

Hai detto che tu non hai preso parte al massacro: quale era la vostra percezione rispetto a quanto stava succedendo all’interno?

Noi siamo venuti a sapere di quello che era successo dopo due giorni dai mass media, come tutti.

A tuo parere per il Libano e Israele questa guerra ha rappresentato una vittoria politica?

Ci tengo a dire una cosa, anche se pubblicamente nessuno sarà d’accordo con me, ma l’invasione israeliana ha reso un servizio storico alla popolazione libanese. La presenza dei guerriglieri palestinesi armati in Libano non aveva soluzione. E questa è una cosa su cui sono d’accordo tutti, cristiani, sciiti, drusi, sunniti e alawiti. È stato un servizio storico che Israele ha reso al Libano, perché il potere militare, economico e social-demografico che avevano li avrebbe potuti portare a occupare gran parte del Libano e dichiarare un altro stato palestinese.

Si è verificata una diserzione di massa all’interno delle Forze Libanesi dopo i massacri di Sabra e Chatila?

No, non c’è stata una diserzione di massa a causa di Sabra e Chatila. Ti spiego perché e chiedo scusa per qualsiasi offesa. È stata molto gonfiata la faccenda di Sabra e Chatila. Ne sono sicuro, mi dispiace per i civili, questo massacro non doveva avvenire: bastava disarmare i guerriglieri. Oggi Sabra e Chatila esistono ancora, ma non ci sono armi all’interno, i problemi sono interni al campo e alla loro comunità. È stata gonfiata questa faccenda e quindi chi ha deciso di abbandonare le Forze Libanesi non l’ha fatto per questo. Il 14 settembre 1982 è stato assassinato il presidente eletto Bashir Gemayel, che era il capo delle Forze Libanesi. Sebbene avessero tentato già tre volte di ucciderlo, nessuno si aspettava che sarebbe successo davvero. E lui stesso non aveva lasciato il comando a nessuno. Perciò dopo la sua morte c’è stata una grande confusione, c’erano altri leader militari, le forze si sono sparpagliate e sono state nominate diverse persone per controllare zone diverse. I leader militari hanno iniziato a guerreggiare tra loro per accaparrarsi il potere. Chi ha deciso di abbandonare le Forze Libanesi l’ha fatto dunque più tardi e a causa di questo spaccamento di potere nelle fila interne, che ha fatto sentire a tanti che la causa si stava perdendo.

La Fallaci una volta ha dichiarato durante una intervista a Sharon di non avere mai assistito, neanche durante la guerra in Vietnam, a bombardamenti feroci come quelli di Beirut. È stato davvero così? Cosa ricordi se lo dovessi descrivere oggi in una immagine?

Quando gli israeliani hanno circondato e bombardato Beirut io ero nella zona Est, quindi nel lato cristiano, Ashrafieh e tutto intorno. La città era divisa dalla Linea Verde che tracciava la suddivisione tra zona est e ovest. La parte orientale era controllata dalle Forze Libanesi e Bashir aveva dato la possibilità alla popolazione civile ad ovest di scappare e di entrare nella nostra area, quindi molti civili sono fuggiti da noi. Noi non volevamo massacrare tutta la popolazione di Beirut Ovest, ma i fedayin si erano impadroniti di tutta la zona e avevano postazioni ovunque. Gli israeliani bombardavano la parte occidentale anche dal mare con le navi. Sono stati giorni duri e difficili, mi ricordo, ma il paragone con il Vietnam forse non è possibile. Il Vietnam è stata una realtà ben diversa. Quando si parla di una metropoli si parla di cemento, di palazzi. Sì, era un inferno. I bombardamenti si interrompevano con dei cessate il fuoco, gli israeliani davano il tempo ai civili di scappare, e chiedevano ai palestinesi di cessare il fuoco per fare lo stesso. Non voglio giustificare la violenza, la guerra, tu sai che dopo sono partito e sono stato sette anni in una congregazione per uscire da tutto quello che avevo vissuto e che era cresciuto in me. Quando ho deciso di andar via la mia motivazione è scemata, era maturata in me un’altra scelta, un altro desiderio. Le mie posizioni iniziali erano cambiate, perché ho capito che la società non ha bisogno solo di chi combatte ma anche di chi contribuisce a diffondere i valori cristiani tramite la parola e la fede. Così sono riuscito a superare l’odio, il rifiuto dell’altro, è stato un cammino profondo e forte. Però non posso negare i fatti e quella era la realtà di quel momento: dovevamo difenderci.

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