Quadro storico

Alla base del sistema bancario islamico vi è un’esigenza di valori che si riflette sul sistema economico con le sue leggi e i suoi principi. Come è noto la Islamic Economy, anche detta Islamic Moral Economy, rappresenta il tentativo di promuovere una riforma della società coerente con i precetti della sharī’a. Il termine viene usato per la prima volta nel corso della terza conferenza annuale dell’Islamic Research Academy tenutasi al Cairo nel 1966. In tale occasione l’Islam fu proposto come un sistema che racchiude principi economici in grado di influenzare la condotta degli individui e degli Stati.

Se, originariamente, la genesi politica, ideologica e culturale di quella che oggi viene definita economia e finanza islamica viene fatta risalire agli scritti elaborati perlopiù dagli studiosi pakistani alla fine degli anni Quaranta, è stato il verificarsi nei paesi a maggioranza musulmana di una serie di condizioni politiche, economiche e sociali, nello specifico l’avvento del panislamismo, il desiderio di sviluppare un’indipendenza economica oltre a quella politica appena raggiunta, la delusione di fronte agli insuccessi sia del sistema socialista sia di quello capitalista e l’aumento dei prezzi del petrolio, a trasformare tali idee in pratica. Dopo alcuni esperimenti pioneristici degli anni Sessanta, la creazione di un vero e proprio sistema finanziario islamico, con la nascita delle prime banche islamiche, si ebbe negli anni Settanta. Come si vedrà in seguito, l’ascesa di una teoria economica islamica può essere letta come risposta al socialismo arabo e, allo stesso tempo, come alternativa al capitalismo.

A consentire lo sviluppo e una certa sistematizzazione della disciplina furono le condizioni politiche, economiche e sociali che si verificarono tra il secondo dopoguerra e il boom petrolifero. Sul piano teorico, l’elaborazione di una teoria economica islamica si realizzò attraverso la fondazione di università e istituti di ricerca e formazione nel 1976 si tenne la prima conferenza sull’Economia Islamica alla Mecca, nel 1979 la King Abdul Aziz University di Jeddah istituì il Centro Internazionale di Ricerca sull’Economia Islamica (ICRIE) e nell’università Al-Azhar del Cairo venne fondata il Saleh Kamel Center for Islamic Commercial Research. Simili iniziative proseguirono negli anni Ottanta e Novanta. In Malaysia, ad esempio, vennero istituite la IIUM (International Islamic University Malaysia), la Islamic Economic Foundation e l’IBFIM (Islamic Banking and Finance Institute Malaysia). In particolare, la IIUM, grazie alla sua facoltà di Scienze economiche e management, divenne il principale luogo di produzione di una elaborata letteratura sull’economia islamica.

In un certo senso, l’ascesa di una teoria economica islamica può essere letta come una risposta al socialismo arabo e un’alternativa al capitalismo occidentale. Una terza via che, pur riprendendo alcuni elementi dell’no e dell’altro modello, ne rivede i meccanismi in funzione dei valori etici intrinseci alla religione islamica.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, lo sviluppo dei movimenti nazionalisti e indipendentisti, prima, e di quelli socialisti, poi, cambiarono la storia del mondo islamico. In realtà ciò accadde grazie a ideologie nate fuori dal mondo musulmano che spesso professavano il laicismo dello stato e delle strutture economiche. In seguito alla decolonizzazione, i movimenti di liberazione nazionale diedero origine a sistemi politici fortemente accentrati nei quali lo Stato controllava strettamente anche l’economia. A partire dal colpo di Stato di Nasser nel 1952, e dall’elezione di quest’ultimo a presidente della Repubblica d’Egitto nel 1956, tutta l’economia egiziana passò in mano pubblica e lo stesso accadde per quella di molti altri paesi della regione che seguirono l’esempio egiziano. Tra questi, la Siria che nel 1963 passò sotto il controllo del partito della rinascita araba socialista – Ba’th – e avviò la nazionalizzazione del settore bancario; lo stesso partito prese il potere in Iraq nel 1968 e instaurò un forte controllo politico ed economico; in Libia il nuovo governo instauratosi dopo il colpo di stato del 1969 e presieduto dal colonnello Gheddafi, nazionalizzò tutte le imprese, oltre a quelle di estrazione petrolifera. Lo Stato assunse il ruolo di motore della trasformazione post-indipendenza e in quasi tutti i paesi musulmani si instaurarono regimi autoritari, statalisti e dirigisti.

Il pan-arabismo di Nasser promosse una forma di solidarietà fondata sulla lingua e la cultura arabe accantonando ad un piano secondario la questione religiosa. Le iniziative di questo periodo si ispiravano al dirigismo economico e all’autoritarismo politico. La forte crescita del settore pubblico si contrapponeva agli interessi del settore privato che, in questo contesto, subiva una forte marginalizzazione.

In questo contesto, il settore privato aveva poca libertà d’impresa, se non in funzione del rafforzamento dei regimi, essendo visto come un potenziale pericolo che avrebbe altrimenti potuto erodere il controllo dello Stato sulla società. Alcuni movimenti islamisti tentarono di recuperare l’ispirazione religiosa in opposizione ai regimi dittatoriali e corrotti, raggruppò tutti coloro che erano esclusi dalle cerchie di potere e si operarono nel tentativo di individuare una via islamica al liberismo. Tali fasce rivoluzionarie erano il riflesso dell’insoddisfazione dei ceti medi e della borghesia islamista che cercava di farsi spazio in una società cristallizzata senza alcuna possibilità di ascesa sociale se non attraverso gli apparati statali e la corruzione. L’economia islamica può, quindi, essere interpretata come espressione del settore privato islamico:

“Ideologically both liberalism and economic Islam were driven by their common opposition to socialism and economic dirigisme (…) Islam became the tool of entrepreneurs seeking to get around restrictive regulation and an instrumental factor in privatization and deregulation – And the best excuse to disengage the state from the economy.”

Oltre al contesto sociopolitico, a rendere possibile l’attuazione di un sistema bancario islamico furono, infine, gli sviluppi economici. I processi di nazionalizzazione avviati nei diversi paesi musulmani nel tentativo di recuperare il controllo delle proprie risorse e raggiungere un’indipendenza economica oltre a quella politica dai paesi occidentali, culminarono negli shock petroliferi degli anni Settanta – 1973 e 1979. L’aumento dei prezzi del petrolio e il flusso di rendite che ne seguì, alterò la bilancia del potere economico tra i paesi produttori di petrolio nel mondo islamico e gli stati industrializzati del mondo occidentale, convogliando ingenti ricchezze nelle casse dei governi musulmani e, tramite loro, nelle mani di molti privati della regione. Tale fenomeno accrebbe le disponibilità economiche dei musulmani nei paesi produttori facendo emergere l’esigenza di disporre di banche efficienti e competitive, sia nella raccolta di risparmi che nell’erogazione del credito che fossero, tuttavia, conformi alla Sharī’a. Inoltre, con l’aumento dei livelli di prosperità nei paesi musulmani esportatori aumentò anche il divario con i paesi musulmani non esportatori, ciò contribuì alla diffusione dell’idea in base alla quale i primi avrebbero dovuto aiutare i secondi a crescere investendovi i capitali derivanti dalle esportazioni di petrolio. Come si vedrà, ciò è strettamente legato al concetto di solidarietà proprio della morale islamica.

Il modello economico proposto dalla teoria economica islamica si configurerebbe, dunque, come un tentativo di rispondere a delle necessità non solo materiali ma anche spirituali emerse a partire da quel particolare momento storico. La via islamica si rivela essere un’alternativa a quelle proposte dal socialismo e dal capitalismo, entrambi indifferenti all’aspetto etico delle azioni economiche. I primi teorizzatori dell’Islam come “terza via” prendono le distanze dal socialismo tanto quanto dal liberismo criticando in entrambi la morale individualista ed egoista. In particolare, ciò emerge con la nascita del sistema bancario islamico, un settore dove sin da subito occorreva confrontarsi con la necessità di far convergere la figura dell’homo economicus con il mu’min. L’uomo non poteva essere ridotto a mero animale economico, nella concezione islamica l’individuo non poteva essere slegato dalla sua morale e dai suoi principi etici e religiosi. L’Islam come unicum dogmatico morale non prevede una scissione tra la sfera economica, così come quella giuridica, da quella morale perché rappresentano tutti aspetti della vita umana che trovano le proprie fonti nella sharī’a. Uno dei più importanti teorizzatori in questo senso fu Sayyd Abū ’l-‘Alā’ al-Mawdūdī (1903-1979) il quale tracciò un programma economico basato su alcune riforme tese a introdurre i principi islamici quali il divieto dell’interesse bancario e l’introduzione della zakat.

Tuttavia, come si è detto, la “terza via” islamica riprendeva alcuni importanti elementi da entrambi i modelli, sia capitalista che socialista. Tra questi vi erano la difesa della proprietà privata e il mercato libero, pilastri del capitalismo, e il concetto di giustizia sociale intrinseco al modello socialista. Ne risulta che “(…) gli interessi individuali, il profitto, la proprietà privata, l’efficienza devono tutte operare nei limiti di un meccanismo filtrante di valori morali perché siano realizzati gli obiettivi sociali (social goals)”. Gli obiettivi sociali di sviluppo cui l’azione economica deve mirare sono realizzabili attraverso l’uso equo ed efficiente delle risorse che non è garantito né dalle forze di mercato né tanto meno dalla competizione bensì dalla fede in Dio. L’importanza della solidarietà sociale nella concezione islamica deriva dal principio in base al quale l’uomo in quanto curatore (amin) delle risorse terrestri non ne vanta alcuna proprietà, quest’ultima è, infatti, riconducibile soltanto a Dio. Il concetto della “vice-reggenza” (khalifah) delle risorse terrestri vuole che esse siano state create da Dio in misura sufficiente a garantire il benessere del genere umano a fronte di una loro gestione equa e redistributiva. L’approccio umanistico proposto dal modello economico islamico enfatizza, così, la responsabilità del singolo nel garantire il benessere, non solo spirituale, ma anche materiale dei suoi “fratelli”. Ciò è strettamente legato al principio di giustizia (adalah) sociale promossa dall’Islam che vieta la concentrazione delle risorse nelle mani di pochi a favore di una loro redistribuzione equa. Le banche, in quanto strumenti di accumulo della ricchezza, non possono essere esenti dall’applicazione di tali principi. Oltre la teoria, vi era, infatti, il fine pratico di sviluppare un sistema economico funzionante ed efficiente non solo sul piano morale ma anche generante un miglioramento pratico nelle vite dei musulmani. L’attenzione si spostò così dall’imperativo etico, originariamente considerato il principale motivo alla base della definizione di una distinta disciplina economica, al fine più pragmatico di individuare un modello di sviluppo per eliminare l’arretratezza delle società musulmane. Uno dei risultati tangibile di tale modello, ossia la creazione di un sistema bancario islamico e la fondazione di istituzioni finanziarie che operassero in accordo con i precetti etico-religiosi islamici fu la fondazione, nel 1975 dell’Islamic Development Bank. Frutto dell’impegno dell’Organizzazione della Conferenza Islamica di chiarire i principi finanziari islamici e creare un’organizzazione che potesse metterli in pratica, essa conta oggi cinquantasei paesi membri e circa il 70% del suo capitale proviene dai quattro maggiori produttori di petrolio – Arabia Saudita, Libia, EAU e Kuwait. La sua rilevanza ha dato un importante impulso al processo di sviluppo della finanza islamica.

Il Project Financing

A partire dal momento della sua creazione nel 1975 la Banca islamica per lo sviluppo ha avuto come obiettivo primario quello di accelerare la crescita economica e il progresso sociale dei paesi membri e delle comunità musulmane all’interno di paesi non membri. Perché tale crescita si realizzi è indispensabile per la banca impegnare gran parte delle sue energie nella lotta contro la povertà che, in particolare, colpisce i paesi dell’Africa sub-sahariana. Il fine ultimo della promozione dello sviluppo umano fa sì che le sue attività comprendano vari settori di interesse globale: dalla salute all’istruzione alle infrastrutture ai finanziamenti nel settore privato. Tutte queste misure vengono realizzate nell’ambito di un piano strategico di condivisione delle prospettive e dei fini da parte degli istituti che compongono l’IDB Group. Quest’ultimo, infatti, si compone di quattro ulteriori entità oltre l’istituto bancario.

L’Islamic Research and Training Institute (IRTI), istituito nel 1981, è il braccio di ricerca e
formazione della Islamic Development Bank. L’Islamic Corporation for the Development of the Private Sector (ICD) è stato fondato nel 1999 con lo scopo di promuovere lo sviluppo del settore privato offrendo una vasta gamma di prodotti finanziari sharī’a-compliant. L’Islamic Corporation for the Insurance of Investment and Export Credit (ICIEC), è stato istituito nel 1994 per favorire il commercio tra i paesi membri dell’OIC offrendo agli esportatori, alle banche e alle agenzie di credito assicurazioni in linea con i principi sciariatici. L’International Islamic Trade Finance Corporation (ITFC), di costituzione più recente, favorisce il business nel mondo islamico mettendo a disposizione gli strumenti necessari per competere nel mercato globale. Tutte queste entità interagiscono tra di loro e cooperano garantendo, anche grazie al piano strategico da queste condiviso, un’azione unitaria.

Lo strumento attraverso il quale l’IDB Group opera per promuovere lo sviluppo e la crescita economica dei paesi membri è il Project Financing. Nella finanza tradizionale il Project Financing è definito come una complessa operazione economico-finanziaria rivolta ad un investimento specifico per la realizzazione di un’opera su iniziativa di promotori – detti sponsor – privati o pubblici. Nel caso della finanza islamica tale definizione rimane pressoché invariata con la differenza che il Project Financing della IDB in particolare, ma anche di tutti gli altri istituti finanziari islamici, si muove all’interno di un catalogo di principi etici e morali derivati dal Corano, dalla sunna e dalle opinioni degli studiosi (itijad), in altre parole esso deve risultare sharī’a-compliant. Come è noto i due più importanti principi operazionali cui tutto il sistema bancario islamico deve aderire sono il divieto di interesse (riba) in tutte le transazioni finanziarie e il divieto di alea che in questo caso si traduce con una raccomandazione alla cautela nelle operazioni finanziarie attraverso il sistema della condivisione delle perdite e dei profitti.

Nell’ambito del Project Financing, a partire dal 2004, la banca ha adottato un nuovo Piano Strategico al fine di implementare e rendere più efficaci i servizi resi agli Stati membri. Esso promuove la cooperazione e il coordinamento delle attività tra gli enti membri dell’IDB Group in modo da avere un impatto maggiore nelle realtà locali in cui essi operano. La mission, ovvero i valori fondamentali cui le attività della IDB si rifanno, sono riassunti nell’acronimo PRIDE: Performance excellence, Responsiveness, Integrity, Dedication, Empowerment. Mentre, per quanto riguarda gli obiettivi strategici essi sono individuati nella promozione della finanza e le istituzioni islamiche, nella lotta contro la povertà e nell’incoraggiamento della cooperazione tra gli Stati membri.

Le modalità di finanziamento dei progetti di sviluppo sono molteplici e variano a seconda della funzione e il contesto cui sono destinati i fondi. Attraverso prodotti finanziari sharī’a-compliant la IDB finanzia un’ampia varietà di progetti di sviluppo in diversi settori, dall’agricoltura all’industria alle infrastrutture. Sono previste sovvenzioni per paesi particolarmente poveri che necessitano delle infrastrutture di base per l’espletamento delle normali funzioni sociali: Technical Assistance (TA) Grant, sussidi per l’assistenza tecnica destinati con una certa priorità ai paesi membri meno sviluppati; Special Assistance (SA) Grant: sussidi per la realizzazione di progetti sociali (scuole, ospedali) ad uso esclusivo delle comunità musulmane in paesi non-musulmani o nei casi di disastri ambientali nei paesi membri.

I prestiti sono concessioni a lungo termine con cui la IDB finanzia lo sviluppo nei paesi membri, si distinguono in due macro tipologie: Ordinary Capital Resources (OCR) Loans, che sono a loro volta suddivisi in Ordinary Loans (prestiti a lungo termine per la creazione di infrastrutture per lo sviluppo) e Technical Assistance Loans (prestiti a termine flessibile per assistere gli Stati membri in consulenze e studi di fattibilità); Islamic Solidarity Fund for Development (ISFD) Loans, prestiti a termine variabile indirizzati per lo più a progetti volti a contrastare la povertà in determinate zone e alla creazione di programmi di micro-finanza in vari settori (educazione, salute, ecc).

Infine, vi sono i prodotti finanziari più comuni attraverso i quali la IDB intende favorire, in particolare nel settore privato, le attività commerciali e la proliferazione di imprese competitive sul mercato. Il leasing opera attraverso la formula «lease-to-own»: la IDB acquista un asset e ne trasferisce il diritto all’uso ad un cliente in cambio di un pagamento rateale per un determinato periodo di tempo. Durante tutto il periodo la IDB detiene la proprietà del bene, al termine del periodo prestabilito la proprietà è trasferita al cliente. L’istisna’a consiste nella vendita di un asset prima che questo sia effettivamente prodotto. La mudarabah/restricted mudarabah è un contratto fondato sulla condivisione dei profitti nel quale la banca partecipa apportando capitale mentre l’imprenditore mette a disposizione la propria attività. Gli utili sono condivisi in base ad un rapporto pre-concordato, le perdite invece sono a carico della banca salvo i casi di negligenza o cattiva condotta dell’imprenditore. Nella sua versione ristretta l’imprenditore risulta vincolato da alcune restrizioni su settori in cui può investire. Queste restrizioni sono concordate in anticipo nell’accordo. L’Equity Participation è una modalità di finanziamento secondo la quale la IDB effettua investimenti strategici a lungo termine con lo scopo di massimizzare i suoi obiettivi di sviluppo. Generalmente, si fa ricorso a tale tipologia di investimenti per progetti nel settore agro-industriale.

Il ciclo che ciascun progetto deve attraversare consta di diverse fasi che per semplicità non saranno elencate, basti sapere che, in maniera non differente da quella del Project Cycle dei sistemi occidentali, si parte dall’identificazione del progetto per arrivare, in ultimo, alla sua implementazione e follow up dove la responsabilità del progetto resta al beneficiario mentre il ruolo della Banca è quello di effettuare verifiche sui processi di implementazione e approvvigionamento. Molto importante sarà poi la valutazione effettuata da una sezione distaccata, l’Operation Evaluation Office, il quale stilerà un report a distanza di 2-5 anni dal completamento del progetto e lo sottoporrà al Presidente al fine di evidenziare gli eventuali scostamenti tra i risultati reali e le aspettative in fase di preparazione.

Il contributo allo sviluppo della Islamic Development Bank

Quarantuno anni dopo la sua nascita la IDB ha stilato un report per fare il punto sulla situazione nei paesi membri e verificare lo stato dell’arte dei progetti in ciascun settore di interesse: educazione, salute, infrastrutture, investimenti nel settore privato e cooperazione economica. I report annuali della IDB sono molto utili a capire l’impatto effettivo che la sua azione ha sulle realtà più svantaggiate. Tuttavia, in questo caso il documento assume una rilevanza particolare: lo stesso anno in cui è stato redatto, ovvero il 2015, rappresentava anche il termine ultimo perché fossero realizzati gli otto obiettivi di sviluppo – Millennium Development Goals – stilati dalle Nazioni Unite. In generale, dalla firma della Dichiarazione del Millennio nel 2000 molto poco è stato fatto a livello globale per raggiungere i risultati di sviluppo auspicati. La visione ottimista di inizio millennio è andata via via scemandosi soprattutto dopo la crisi economica mondiale del 2008/2009 e i numerosi conflitti che hanno segnato l’arena mediorientale e africana, da sempre crocevia di interessi contrastanti da parte delle potenze mondiali. Tuttavia, la IDB ha giocato un ruolo essenziale sia come attore nel dialogo con le Nazioni Unite, nell’ambito del quale, dal marzo 2007, le è stato riconosciuto lo status di osservatore, ma anche come ente promotore e finanziatore delle misure volte al raggiungimento degli obiettivi stilati nel 2000. Tra questi si segnalano i miglioramenti ottenuti nel settore delle comunicazioni (internet, telefoni cellulari) e nel controllo delle epidemie di tubercolosi. Nel 2015 gli investimenti nel settore dell’educazione hanno toccato i 3,3 miliardi di dollari per il finanziamento di 530 progetti miranti soprattutto a garantire un livello di istruzione minimo nelle cosiddette hard-to-reach communities e ad implementare i programmi TVET – Technical Vocational Education and Training – per la formazione professionale. Sempre con riguardo al settore dell’educazione la IDB ha approvato un Education Sector Policy la fine di migliorare l’apprendimento per la dignità umana. Il sistema individua tra aree strategiche entro le quali la Banca effettuerà i suoi investimenti: educazione inclusiva e focalizzata al bilinguismo; sviluppo delle capacità; educazione terziaria.

Nel settore della salute gli investimenti della IDB si indirizzano a tre aree strategiche, ovvero la prevenzione, il miglioramento del sistema sanitario sia sul piano dell’accessibilità che della qualità, l’individuazione di modalità di finanziamento alternative che generino una gestione delle risorse disponibili migliore tra tutti coloro che ne hanno bisogno. Un accenno va fatto, infine, all’istituzione di fondi di solidarietà sotto forma di waqf con lo scopo di ridurre la povertà.

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