La Tunisia rappresenta un obiettivo strategico di primo piano per il governo Renzi. A renderlo evidente, tra le altre cose, il fatto che la Tunisia sia stato il primo viaggio ufficiale di Renzi all’estero (marzo 2014, ad appena due mesi dal suo insediamento). In vista del semestre europeo (1 luglio-31 dicembre 2014), la visita del premier assunse significati strategici di grande rilevanza. I temi al centro della visita (con il primo ministro della Repubblica Tunisina, Mehdi Jomaa; con il presidente dell’Assemblea nazionale costituente Mustapha Ben Jaafar; con una rappresentanza degli imprenditori italiani che operano in Tunisia e con il presidente dell’associazione degli industriali tunisini, Whaida Boucha Maoui) sono di rilievo sotto almeno tre aspetti: la centralità del Mediterraneo, “non come confine ma come centro dell’Europa”; il rafforzamento della cooperazione sui migranti, discussa la possibilità di pattugliare le acque internazionali del Mediterraneo; la cooperazione Italia-Tunisia in tema di empowerment della società civile.

L’analisi approfondita della visita di Renzi e Mogherini a Tunisi consente di individuare molti dei significati strategici ricoperti dalla Tunisia nell’agenda di politica estera italiana, almeno dal 2011 ad oggi.

Un percorso inaugurato dall’ex ministro degli esteri italiano Terzi nel febbraio del 2012 con la costituzione del cosiddetto Dialogo 5+5 (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Malta insieme a Algeria, Tunisia, Marocco, Libia, Mauritania), la cui ratio era quella di tutelare gli interessi italiani in Africa del Nord. L’idea era quella di dirigere a livello comunitario l’uscita dall’impasse delle Primavere Arabe, facendo perno sulla Tunisia, pivot ideale per l’avvicinamento euro-mediterraneo. L’implementazione del Dialogo 5+5 sarebbe dovuta passare attraverso la stipula di partenariati e accordi bilaterali tra Italia e Tunisia, divisi per dossier tematici.

Il primo tema affrontato fu quello del turismo, settore trainante per l’economia tunisina e percepito come occasione di business anche per il nostro paese. In questo senso va inquadrato l’incontro a Tunisi, del giugno 2012, tra l’ex ministro del turismo Piero Gnudi ed Elyes Fakhfakh, suo omologo tunisino. Il risultato dell’incontro fu la firma di una dichiarazione congiunta avente come scopo il rafforzamento della collaborazione tra i due paesi in materia di turismo, mediante la promozione di uno “sviluppo economico sostenibile e delle potenzialità turistiche dei due Paesi”, per il periodo 2012-2014.

Il dossier Tunisia ha assunto un progressivo valore strategico anche per la politica estera del Partito Democratico, entrando a pieno titolo in quello che è stato definito come una sorta di pacchetto-Mediterraneo. Il viaggio di Bersani in Tunisia del 2012 e le sue foto in maniche corte tra i giovani della rivoluzione, prima, quello di Enrico Letta qualche mese dopo sono altrettanti esempi di questi orientamenti.

Date queste premesse, il viaggio di Renzi del marzo 2014 è più che comprensibile tanto per ragioni di opportunismo politico quanto per motivi di semplicità. In questa comodità nel riciclare un tema già rodato nella politica italiana che aveva preso in consegna, la visita di Renzi fu percepita in modo controverso tra i commentatori italiani. Al di là delle differenti posizioni del mondo culturale italiano, il viaggio di Renzi contiene quattro motivi di rilevanza strategica imprescindibili. Il primo motivo è la Tunisia come pivot della stabilizzazione nordafricana: l’essere politicamente più neutra (rispetto a paesi come Libia ed Egitto) ha reso la Tunisia il partner più affidabile per risolvere la partita delle Primavere arabe ed evitare che queste divenissero un “autunno mediterraneo”. Una centralità ribadita da Renzi appena dopo tre settimane dalla sua prima visita, in occasione della marcia contro il terrorismo (29 marzo) dedicata alle vittime dell’attentato al museo del Bardo. “La Tunisia – commentò Renzi – è un Paese che sta tentando con grande determinazione di restituire la speranza al proprio popolo, non si può lasciarla sola”.

Il secondo motivo è la Tunisia al centro dell’agenda di Washington: dietro l’attenzione che Roma dedica a Tunisi si percepisce la convergenza con la strategia degli Stati Uniti, “intenzionati a fare del Paese nordafricano un nuovo modello per le democrazie arabe”. Tale tesi avrebbe trovato conferma nelle parole pronunciate da Giorgio Napolitano (giugno 2012), in occasione del suo discorso ai costituenti tunisini: “la Tunisia è un esempio per i Paesi della rivoluzione araba e ora deve cementificare le proprie istituzioni democratiche dimostrando solidità e stabilità”. Anche Gentiloni, nel corso della sua visita ufficiale in Tunisia (febbraio 2015), ha ribadito “i legami molto importanti tra i due Paesi e il sostegno dell’Italia ai percorsi democratici e costituzionali come quello tunisino”. Nel corso dello stesso incontro il ministro degli esteri italiano ha rimarcato la presenza di reciproci interessi economici tra i due paesi con l’anticipazione della possibilità di costituire una task force italo-tunisina per rafforzare la nostra collaborazione economica bilaterale e creare le condizioni per lo sviluppo di nuove joint venture italo-tunisine nei mercati emergenti, in particolare in Africa.

Il terzo motivo è la Tunisia interlocutore privilegiato per l’export italiano in Africa del Nord: l’Italia assorbe il 50% delle esportazioni tunisine ed è il secondo partner commerciale e investitore della Tunisia dopo la Francia “con un interscambio bilaterale nel 2015 di circa 5,5 miliardi di euro e un saldo commerciale in attivo”. Secondo le statistiche delle agenzie nazionali API e FIPA nel paese nordafricano sono presenti circa 800 imprese miste, a partecipazione italiana o a capitale esclusivamente italiano, la maggior parte delle quali totalmente esportatrici, che impiegano oltre sessantamila persone. I settori di punta sono quello tessile e dell’abbigliamento, quello energetico (importantissimo il gasdotto trans-tunisino TTPC controllato dall’Eni, che collega Italia e Algeria, e il progetto di interconnessione elettrica sottomarina ELMED tra Italia e Tunisia) e quello delle infrastrutture.

Il quarto motivo è la Tunisia come partner chiave della sicurezza mediterranea: nel dicembre 2015, Angelino Alfano ha ricevuto al Viminale il primo ministro tunisino, Habib Essid. Tra i temi discussi: la lotta al terrorismo, la gestione della crisi migratoria, le misure di controllo delle frontiere, la cooperazione delle Forze di Polizia dei due Paesi e la realizzazione del sistema AFIS per la rilevazione delle impronte digitali. Temi ribaditi anche dal sottosegretario agli esteri Vincenzo Amendola in visita a Tunisi il 15 marzo 2016 soprattutto per ciò che concerne la lotta al terrorismo e la stabilità della tormentata Libia: “La stabilità in Libia, è garanzia di sviluppo per la Tunisia e per l’Italia stessa”.

La cooperazione in materia di sicurezza internazionale è proseguita, nell’aprile 2015, con l’incontro tra il ministro della difesa Roberta Pinotti e il suo omologo tunisino, Farhat Horchani, che hanno co-presieduto la XVI commissione militare mista italo-tunisina. Il risultato è stato l’elaborazione di un piano di cooperazione bilaterale per il 2015 tra Italia e Tunisia. Nel corso dell’incontro sono stati affrontati anche temi complessi come la sicurezza del Mediterraneo con la regolazione dei flussi migratori e il contrasto al traffico di essere umani, la lotta al terrorismo, la crisi libica e la cooperazione bilaterale. A disegnare ulteriormente i rapporti tra i due paesi, si collocano le altre iniziative calendarizzate a partire da tale incontro: un aumento del valore strategico della Marina Militare, per il rafforzamento delle capacità di sorveglianza e la salvaguardia della sicurezza negli spazi aeromarittimi e delle frontiere, dell’Aeronautica, per la definizione di un accordo relativo all’addestramento su velivoli C-130J, la ricerca di sinergie con Esercito e Carabinieri per incrementare le capacità nel settore degli ordigni improvvisati nella lotta al terrorismo.

Nel marzo 2016, il sottosegretario agli esteri Vincenzo Amendola nel corso della sua visita in Tunisia ha incontrato il ministro dello sviluppo, degli investimenti e della cooperazione Internazionale, Yassine Brahim, e il ministro dell’energia e delle miniere, Mongi Marzouk. Insieme hanno discusso principalmente del rafforzamento delle relazioni commerciali, dell’avvio di nuove iniziative nel campo della cooperazione allo sviluppo e dell’avanzamento del dialogo sul progetto di interconnessione elettrica sottomarina tra Italia e Tunisia (ELMED). Il sottosegretario, inoltre, ha rimarcato il deciso appoggio del Governo italiano nel rilancio dell’economia del paese e la piena disponibilità a farsi portavoce delle istanze tunisine in sede europea (Migration Compact).

Il 9 maggio 2016 si è tenuto a Tunisi il Business Forum (alla presenza del ministro degli esteri Paolo Gentiloni e di oltre 170 rappresentanti di imprese, banche ed associazioni) organizzato da Confindustria in collaborazione con l’Agenzia ICE, l’Associazione Bancaria Italiana e con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e dello stesso Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Obiettivo principale del Business Forum è stato quello di rilanciare la cooperazione bilaterale tra Italia e Tunisia ed approfondire le opportunità offerte dal mercato locale non solo in termini di commercio, ma anche di partenariati industriali e di investimenti. Tre le aree al tavolo del dibattito, ossia l’agro-alimentare, le energie rinnovabili, le infrastrutture e le costruzioni. Habib Essid ha rassicurato l’Italia sull’impegno della Tunisia per la finalizzazione di un piano per la riforma degli investimenti, del partenariato pubblico-privato, e per lo sviluppo del mercato digitale.

Infine l’Italia si è posta come mediatore di soft democracy promotion, ricevendo, nel gennaio 2016 a Montecitorio il Presidente della Repubblica Tunisina Beji Caid Essebsi, accompagnato dall’ambasciatore italiano a Tunisi, Raimondo De Cardona. Si tratta di un incontro programmatico di alto valore istituzionale. Secondo l’opinione di De Cardona, la valenza dell’incontro risiede nel fatto che l’assetto istituzionale italiano possa farsi da guida per la formazione delle istituzioni tunisine: “Occorre trasferire l’esperienza del nostro parlamento che ha una storia antica al parlamento tunisino”.

Come si è detto, l’Unione Europea, nel quadro del vicinato a Sud, ha effettivamente cercato di catalizzare la transizione tunisina mediante un potente rafforzamento dei suoi strumenti di diplomazia economica. Tuttavia, come nel caso del Marocco, gli aiuti Europei non sono garanzia automatica di miglioramento delle condizioni economiche strutturali di un paese. Anzi, spesso disincentivano riforme strutturali fondamentali per la crescita.

In conclusione, i dati raccolti dal ICSR (International Center for the Study of Radicalisation) del King’s College, confermano che la Tunisia ha costituito un imponente hotspot di passaggio verso la Libia e la Siria per centinaia di foreign terrorist fighters. Il paese ha assistito con impotenza non solo al transito di combattenti, ma è stato anche vittima di radicalizzazioni interne soprattutto nella fascia crescenti di disoccupati e marginalizzati delle zone periferiche del paese. La recrudescenza anche del terrorismo interno – con effetti disastrosi sul terzo settore tunisino – è diretta testimonianza del permanere, al di là dei processi di democratizzazione pure presenti, di un malcontento di fondo tra le classi medie in tutto simile a quello che aveva portato alle Primavere Arabe. Non servono solamente aiuti economici, ma serve incentivare il mercato. In questo il ruolo dell’Italia è pivotale per tutta l’azione europea nei riguardi della Tunisia. Lo è poiché l’Italia ha cercato di incentivare la creazione e il mantenimento di effettivi canali commerciali tra i due paesi.
Uno dei settori dove questo è stato maggiormente evidente è stato quello dell’export di olio d’oliva tunisino, foriero di asprissime polemiche in sede europea. Nel marzo del 2016, il Parlamento Europeo ha approvato un pacchetto di aiuti d’urgenza alla Tunisia, che comprendeva il Regolamento che permette l’importazione di 35.000 tonnellate aggiuntive di olio d’oliva senza dazi nell’Unione europea (valido fino a 2017) con obbligo di tracciabilità. Il PD si è mostrato subito favorevole a tale misura in quanto ha ritenuto il provvedimento di cooperazione allo sviluppo del commercio come strumento idoneo a stabilizzare il vicinato meridionale. Le opposizioni, in particolare Lega e M5S hanno gridato allo scandalo. M5S prima ha parlato di un “blitz del Presidente Schulz” per l’accelerazione dei tempi di voto, poi ha attaccato il Pd e il governo Renzi, che non si è opposto alla misura.
Polemiche a parte il rapporto tra Italia e Tunisia rappresenta un doppio-pivot nelle relazioni euro-mediterranee: l’Italia è il pivot dell’Europa nello sviluppo delle politiche di vicinato pensate in sede comunitaria; la Tunisia è il pivot del Nord Africa, speranza di democrazia, stato di diritto e benessere.