In Libano è il momento delle alleanze politiche incoerenti

Senza presidente dal 24 maggio 2014, il Libano è sopravvissuto con una politica al minimo e una tensione politica massima in tempi di crisi socio-economica e di instabilità regionale. Dopo due anni e cinque mesi di negoziati, il Parlamento libanese si è accordato il 31 ottobre per nominare l’ex capo di stato maggiore generale Michel Aoun, leader cristiano del Movimento Patriottico libero, come tredicesimo presidente per un mandato di sei anni. Alleato con Hezbollah e sostenuto nella regione dall’Iran, l’elezione di Aoun è stata reso possibile solo dopo 45 diverse sessioni parlamentari, quando l’ex primo ministro Sa’ad Hariri ha assicurato il suo appoggio in cambio di un mandato di sei anni come primo ministro.

È una mossa politica senza precedenti in Libano. Storicamente, l’arena politica libanese raramente è arrivata a questa conclusione in modo indipendente, poiché di solito è stata costretta al compromesso dall’intervento di potenze straniere, come esemplificato dall’accordo di Doha del 2008. A differenza delle scadenze precedenti, l’elezione di Aoun e la nomina di Hariri sono il risultato di intensi negoziati condotti a livello locale da opposte fazioni. Tutto ciò ha inaugurato un’epoca di nuove alleanza incoerenti in un paese diviso tra due grandi coalizioni: quella filo-occidentale del 14 Marzo, guidata dal Movimento del Futuro di Hariri e sostenuta dalle monarchie del Golfo; e quella dell’8 marzo guidata da Hezbollah e che include il Movimento Patriottico Libero di Aoun, sostenuto da Siria e Iran. Il nuovo accordo stretto tra questi due poli porta a chiedersi perché e in che modo questa nuova maggioranza otterrà il consenso per superare l’impasse strutturale che le istituzioni di Beirut si trovano ad affrontare.

Hariri, l’uomo dell’accordo

La mossa di Hariri ha suscitato diverse polemiche tra il Movimento del Futuro e la sua base popolare sunnita, con diverse defezioni nel suo gruppo parlamentare. In realtà, questa decisione politica ha sollevato dubbi sulla logica alle sue spalle, vale a dire il motivo per cui un alleato sunnita dell’Arabia Saudita avrebbe consentito la vittoria di una fazione sostenuta Teheran, nella cornice di una guerra regionale per procura nota anche come Nuova Guerra Fredda Araba. Abdullah al-Shammari, un ex diplomatico saudita, ha definito la scelta di Hariri come “una sorta di avventurismo politico”, il che implica un cambiamento dei rapporti tra il Movimento del Futuro e Riyadh, con il partito libanese sunnita verso una maggiore indipendenza decisionale.

È indubbio che la scelta di Hariri è stata motivata da diversi calcoli, tra i quali un cambiamento nel conflitto siriano dell’equilibrio militare a favore di Assad e la crisi finanziaria che la propria azienda, la Saudi Oger, si trova ad affrontare. Quest’ultima ha contribuito al deterioramento dei rapporti tra la famiglia Hariri e l’Arabia Saudita, poiché il principe ereditario saudita Muhammad bin Nayef ha negato un rifinanziamento per le imprese di Hariri, tagliando gli aiuti economici a causa dei gravi dissesti finanziari dovuti al forte calo del prezzo del petrolio.

Infatti la decisione di Hariri è stata una avventura politica considerate le circostanze intorno a lui. Appoggiando deliberatamente il candidato sostenuto dal nemico sciita, Hariri ha consegnato ai suoi rivali una netta vittoria pubblica, aumentando la popolarità di Hezbollah tra le fila cristiane. Tuttavia, a questo punto, vale la pena discutere se avesse delle altre opzioni. Il leader del Movimento del Futuro si è trovato a un bivio: poteva scegliere una scommessa politica su cui puntare tutto oppure mantenere lo status quo in attesa della stabilizzazione regionale, troppo lontana da raggiungere.

Senza dubbio, le elezioni comunali nel maggio scorso hanno contribuito alla sua scelta. Secondo i sondaggi, Hariri ha perso popolarità a favore dei nuovi concorrenti all’interno del suo movimento politico, tra i quali Ashraf Rifi, l’ex ministro della giustizia. Dal punto di vista di Hariri, il suo futuro politico aveva bisogno di uno shock, positivo o negativo. Come oggi, è ancora troppo presto per valutare l’esito della sua scelta: potrebbe trarre beneficio dal suo ruolo di primo ministro per ristabilire i legami con la sua base comunitaria, oppure il “matrimonio di convenienza” con Nasrallah potrebbe compromettere definitivamente la suo credibilità agli occhi dell’elettorato popolare sunnita.

Stabilità, eppure impasse

Tuttavia non è sicuro che questi sviluppi recenti rappresentino una via d’uscita dall’impasse democratico che il Libano deve affrontare, soprattutto a causa del suo meccanismo di condivisione del potere istituzionale. Le élite del Libano hanno conservato la loro egemonia nel corso degli anni, sopravvivendo alla guerra civile, agli interventi stranieri, alla Primavera Araba e alle elezioni: Hariri, Jumblatt, Franjieh, Gemayel continuano a controllare il paese. Fin dalla sua istituzionalizzazione, il Libano è stato vittima dell’accordo di una élite che, riflettendo le regole formali e informali di un governo settario, determina gli interessi di gruppo in modo complementare a quelli individuali. Le minacce regionali percepite, che si diffondono oltre il conflitto siriano, hanno portato a una convergenza operativa tra le diverse fazioni politiche con compromessi pragmatici a breve termine, al fine di mantenere la stabilità interna, lasciando questioni irrisolte per gli sviluppi potenziali del prossimo futuro.

Non c’è motivo di credere che queste alleanze tra le diverse coalizioni durino a lungo. Come oggi, le élite condividono un interesse comune che legittima l’azione unitaria ma, a lungo andare, la stessa azione potrebbe avere esiti improduttivi per la propria egemonia. In effetti il sostegno del Movimento del Futuro a Hezbollah potrebbe tradursi in una strategia negativa che scredita il partito di Hariri verso i suoi sostenitori sunniti che, disapprovando la tacita alleanza con il rivale sciita, potrebbero preferire altre fazioni sunnite radicali come Hayat al-Ulama al-Muslimin di base a Tripoli, la Lega degli Ulema. Inoltre l’intervento di Hezbollah in Siria non solo ha aumentato le preoccupazioni nazionali sulle tensioni crescenti tra sunniti e sciiti, ma ha anche dimostrato il ritmo diverso che hanno entrambi gli attori nell’attuazione del loro programma politico. Più in generale, non appena una delle élite settarie vedrà che l’equilibrio politico non volge a suo favore o che un’altra parte cerca di prevalere sull’altra, le trattative potrebbero diventare assai più complicate.

L’istituzionalizzazione settaria della sua struttura di potere ha creato un sistema di egemonia su base comunitaria che conferisce privilegi in una sfera politica bipolare, che porta a situazioni di stallo democratico, mentre un’economia apparentemente moderna ha dimostrato di essere costruita intorno al clientelismo, la corruzione e il nepotismo. Le élite libanesi hanno chiuso un occhio sulle cause profonde di questa duratura instabilità sistemica, che l’attuale crisi dei rifugiati siriani ha reso ancora più evidente. Bisogna affrontare tutte queste cause, insieme alla stagnazione economica e alla mancanza di rappresentanza politico-sociale, per scongiurare un terreno fragile verso i conflitti interni.

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