La politica settaria delle minoranze durante il regime degli Assad

Il conflitto che da cinque anni sta dilaniando la Siria ha delle caratteristiche particolari che sin da subito lo hanno differenziato rispetto alle sommosse della cosiddetta Primavera Araba. Il profondo settarismo che caratterizzava la società siriana negli anni del regime di Hafiz al-Assad prima, e di Bashar al-Assad poi, è imploso provocando in seno ai movimenti di protesta una frammentazione che non può ridursi al mero schema pro-regime vs opposizione né tanto meno alla contrapposizione tra sunniti e sciiti. Le posizioni sono molteplici e ciascuna richiama interessi eterogenei fra loro, frutto di una struttura peculiare e caratteristicamente variegata del popolo siriano.

Minoranze etniche e minoranze religiose

Come i suoi vicini nell’area medio orientale, la Siria è un paese molto complesso da un punto di vista etnico e religioso. Per avere una visione quanto più esaustiva possibile del mosaico di popoli che la compone è indispensabile prendere in considerazione due variabili: quella etnico-linguistica e quella religiosa. Accanto alla lingua ufficiale della Siria, ovvero l’arabo (parlato dal 90% della popolazione su un totale di circa 22 milioni e mezzo di abitanti), vi è anche il curdo (9%), l’armeno (1%), l’aramaico moderno (meno dell’1%), il circasso (meno dell’1%) e il turcomanno (meno dell’1%).

Ciascuna comunità linguistica corrisponde, dunque, a una etnia diversa e, come è evidente, quella araba rappresenta l’etnia di maggioranza. Tutte le altre sono minoranze etnico-linguistiche con particolari collocazioni geografiche nel territorio e, solitamente, anche nell’ambito della società siriana. In particolare, i curdi rappresentano la “minoranza di maggioranza” (circa 9 milioni) rivestendo un ruolo chiave non solo nel conflitto ancora in corso ma anche durante gli anni del regime degli Assad.

Per quanto riguarda, invece, la classificazione di tipo religioso il panorama diventa più articolato. Dal punto di vista confessionale la Siria è principalmente musulmana sunnita nelle sue componenti etnico-linguistiche araba, curda, circassa e turcomanna. La minoranza di maggior rilievo demografico è quella sciita la quale rappresenta il 13% della popolazione siriana. Al suo interno essa è composta per la maggior parte dall’ala ‘alawita (circa l’11%) e solo in minima parte da sciiti ismailiti.

Nell’XI secolo dall’ambiente ismailita nacque una dottrina che, pur traendo le sue origini dalla famiglia musulmana è da questi considerata eretica in quanto fonde elementi dell’Islam, dell’Ebraismo, dell’Induismo e del Cristianesimo. Si tratta dei drusi i quali, attualmente, rappresentano circa il 3% della popolazione siriana e si concentrano per il 90% in un’area precisa della Siria: il governatorato di al-Suwayda, detto anche Gebel Druso. Una buona presenza di drusi si registra anche nel quartiere Jaramana, nella periferia sudorientale di Damasco.

Le diverse confessioni cristiane, presenti in numerose denominazioni provenienti dalle famiglie cattolica (rito latino, siriaco, caldeo, maronita, melchita e armeno), ortodossa (greco-ortodossa di Antiochia, ortodossa e siriaca), rappresentano invece circa il 10% della popolazione siriana. Anche in questo caso vale il discorso del maggior peso demografico in specifiche aree rurali.

Un discorso più approfondito merita la minoranza ‘alawita alla luce del fatto che essa rappresenta l’élites militare e politica del paese. La ‘alawiyya nasce nel X secolo in ambiente sciita, si localizza in primo luogo nelle montagne che circondano la città costiera di Laodicea (la cosiddetta “montagna ‘alawita”) ma con il tempo si è diffusa anche nei principali centri urbani del paese: Damasco, Hama, e Homs. Fino all’inizio degli anni ’70 è stata considerata dagli stessi sciiti una corrente religiosa “non musulmana” essendo una setta minoritaria che ebbe origine dei Nusayri, seguaci di Muhammad Ibn Nusair separatisi dagli imamiti ed emigrati in Siria dall’Iraq nell’872.

Fu poi l’amministrazione francese nel corso del mandato in Siria a denominarli ‘alawī per la loro devozione verso ‘Alī. La ‘alawiyya è stata, infine, riconosciuta come branca dello sciismo solo nel 1974. In ambienti sunniti radicali e con riferimento a pensatori sunniti medievali (ad es. Ibn Taymiyya – 1328) questa confessione è tuttora ritenuta “eretica”.

Dividi et impera

La peculiarità del panorama politico siriano che vede una minoranza protagonista al potere è da rintracciarsi nella sua storia e nei fragili equilibri che per svariati decenni prima della “primavera siriana”, poi degenerata in guerra civile, hanno caratterizzato una situazione di
gravi violazioni dei diritti umani definita da molti oggi, alla luce della violenta crisi, il male minore.

A partire dal 1920, il mandato francese fornì la prima spinta fondamentale per la comunità alawita siriana. Per anni, nel corso del loro mandato, i francesi hanno cercato di legittimare e sostenere gli ‘alawiti contro la maggioranza ottomano-sunnita. Insieme ai drusi e ai cristiani, gli ‘alawiti avrebbero, infatti, costituito un efficace contrappeso all’egemonia ottomana e alla maggioranza sunnita.

Non a caso, l’amministrazione francese si prodigò per consentirne l’afflusso nelle posizioni militari, di polizia e di intelligence. Tuttavia, in questo periodo, le divisioni settarie e le identità etniche vennero meno a favore di una moderna identità nazionale che si andava affermando come risultato della lotta contro il potere straniero.

La fine del mandato nel 1946 segnò un momento decisivo per gli ‘alawiti: tutti i previlegi di cui avevano goduto sarebbero venuti meno mentre l’élites sunnita si impose alla guida della nuova Siria indipendente. L’evoluzione di un’identità politica nazionale ebbe inizio nelle città con l’affermazione di una coalizione nazionale caratterizzata da governi e amministrazioni principalmente sunnite e cristiane, i due maggiori gruppi presenti nei centri siriani.

Diversamente, le altre minoranze confessionali risiedevano nelle aree rurali del paese e vivevano in una condizione di marginalizzazione. Il servizio militare e l’arruolamento al quale erano stati iniziati dai francesi, rappresentavano la loro unica fonte di reddito e crescita sociale. Fu proprio la presenza ‘alawita nell’apparato di sicurezza statale a giocare un ruolo essenziale nell’affermazione del regime degli Assad.

Il partito del Ba‘th, fu fondato in Siria nel 1947, sulla base del panarabismo e con tre obiettivi principali: unità, libertà e socialismo. Con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad nel 1963, il partito perse tutte le sue credenziali ideologiche e dinamiche per diventare uno strumento di controllo della società. Il sistema delle elezioni interne fu presto modificato da un meccanismo top-down di designazione delle cariche, mentre tutti gli oppositori venivano soppressi. Dagli anni ’70 in poi, alla figura dell’attivista militante si sostituì quella del leader designato.

La narrazione nazionale di tipo settario del regime degli Assad non ha fatto che accentuare la frammentazione etnica e religiosa del paese: l’uso del settarismo come arma è stato sviluppato attraverso l’autoritarismo e il clientelarismo e in concomitanza con la repressione dell’opposizione popolare e dei partiti politici. La promozione delle identità settarie e dei legami primordiali, quali i collegamenti tribali tra la popolazione, serviva a deviare ogni critica al regime e alla sua corruzione.

Accentuare le divisioni distoglieva l’attenzione dalle disuguaglianze sociali, dalla repressione e dall’assenza di democrazia. Il settarismo come arma delle classi dirigenti per dividere la società scongiurando la creazione di identità nazionali, e quindi politiche, solide in grado di organizzarsi e agire contro il regime, ha avuto effetti favorevoli per il regime nel breve e medio periodo ma si è rivelata esplosiva con le agitazioni del 2011. Una tale impostazione ha reso la comunità siriana più facilmente governabile per quasi cinquant’anni, anzi, ha permesso al regime di innalzarsi a protettore delle minoranze.

Tuttavia, non veniva privilegiata nessuna confessione, né etnia in particolare, nemmeno quella ‘alawita. Il regime negò qualsiasi tipo di rappresentazione civile come la creazione di una Corte Suprema ‘Alawita al pari delle Corti Supreme Sciite o Ismaelite. Non c’è infatti tuttora nessuna istituzione pubblica religiosa ‘alawita di riferimento. Era piuttosto il legame famigliare con gli Assad o quello di tipo clientelare a garantire un certo livello di protezione. Il regime ha piuttosto incoraggiato la divisione tribale all’interno della comunità ‘alawita stessa, favorendo l’emergere di legami di fedeltà tribali.

In questo contesto, la minoranza più sfavorita è stata quella curda alla quale è stato negato l’accesso al personale di istruzione, l’insegnamento della lingua e della cultura curde, nonché di coltivare le loro tradizioni. La politica della cosiddetta cintura araba – arab belt – si proponeva di marginalizzare, a partire dagli anni ’60, la minoranza curda lungo il cordone al confine con Iraq e Turchia.

Secondo Reva Bhalla la lezione da trarne è importante: in Siria non si è realizzato ciò che è accaduto in paesi come il Bahrain, dove una maggioranza sciita è guidata da un governo sunnita di minoranza. Nel caso siriano, non vi è questo dualismo e il conflitto stesso non si risolve in una chiara e netta contrapposizione tra sunniti e sciiti. La complessità del panorama siriano è data dall’estrema frammentazione etnica e religiosa che lo caratterizza ma ancor di più dal suo inasprimento dovuto alla politica settaria degli ultimi cinquant’anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *