Verso un Nilo nucleare? L’energia come risorsa per nuove alleanze in Egitto

L’Egitto è cambiato profondamente dopo la rivoluzione del 2011. In pochi anni due regimi differenti hanno cambiato le condizioni per lo sviluppo economico e sociale del paese. Tuttavia bisogna considerare le criticità economiche per comprendere come la nazione più popolosa del Medio Oriente stia cambiando le proprie politiche energetiche. Di certo questo cambiamento evidenzia le intenzioni del presidente al-Sisi e il modo in cui intende governare sul paese.

Questo approfondimento vuole offrire un’analisi aggiornata dei problemi energetici dell’Egitto, provando a spiegare il suo rinnovato interesse per l’energia nucleare. L’energia atomica non è un’idea originale in Egitto, ma sembra ben collegarsi con il suo nuovo sistema di alleanze.

La presa di coscienza del problema energetico

Le prime informazioni sulla drammatica carenza di energia sono fornite da Hisham Qandil, il primo ministro nominato durante la presidenza di Muhammad Mursi. Nell’agosto 2012 il primo ministro invita i concittadini a indossare vestiti di cotone per risparmiare energia durante l’estate, momento in cui l’Egitto soffre una profonda crisi energetica per l’uso diffuso di condizionatori dell’aria. Non si tratta di un’informazione prima sconosciuta, ma è la prima volta che un’autorità governativa affronta il problema in pubblico. Il sistema energetico egiziano è datato e le previsioni statistiche mostrano un incremento annuo del 10% circa, anche se si suppone che il tasso reale sia del 12%. Durante l’amministrazione dei Fratelli Musulmani le interruzioni di corrente sono il segnale chiaro dell’incapacità degli ikhwān di governare il paese. Nonostante il tentativo di fare del risparmio energetico una questione morale, il Governo non riesce a convincere gli egiziani. Mursi spiega che i blackout sono causati dagli attacchi terroristici dei propri nemici, ma è anche vero che il sistema elettrico egiziano è inadatto per un paese di 90 milioni di abitanti.

Nel 2015 la rete egiziana raggiunge una capacità di 31,45 gigawatt, ma è di poco superiore al necessario. Secondo le informazioni statistiche ufficiali, i consumi domestici coprono il 40% del totale, mentre le attività industriali prendono un terzo dell’elettricità. L’intero sistema è posseduto dallo Stato: nonostante un tentativo di privatizzazione alla fine degli anni ’90, su pressione della Banca Mondiale per l’implementazione del modello “costruzione-proprietà-esercizio-cessione” (BOOT structure), le aziende private hanno la proprietà di solo il 9% dell’intera rete. Per questo motivo la distribuzione di energia in Egitto non è efficiente e buona parte è persa o sprecata. Il governo dovrebbe approvare un piano aggiornato ogni dieci anni, ma nell’ultimo periodo la programmazione non sembra essere tra le priorità dell’esecutivo. I prestiti internazionali non sono stati utilizzati per rinnovare le strutture esistenti o per costruire nuovi impianti energetici. Inoltre a causa della domanda crescente, sono state cancellate le interruzioni programmate di manutenzione, provocando inefficienze e riducendo il tempo di vita degli impianti. Buon parte dell’energia, circa il 70%, proviene dal gas naturale, mentre solo un decimo ha origine dal settore idroelettrico, in particolare dalla Diga di Aswan. Poiché l’Egitto è importatore netto di petrolio e ha frequenti carenze di gas, questo modalità di produzione dell’energia è molto costosa e inefficiente.

Per queste ragioni la presidenza in carica ha nuovi piani per l’Egitto. Il presidente al-Sisi vuole mostrarsi come un risolutore, mettendo in primo piano la produzione energetica, usando in modo strumentale il nazionalismo in tempi di austerità economica. Il suo governo lavora a un nuovo impianto energetico, convertendo un quinto della produzione egiziana in risorse rinnovabili entro il 2020: il 12% dall’eolico, il 6% dall’idroelettrico, il 2% dal solare, secondo NREA, l’autorità nazionale per le energie rinnovabili. In primo luogo, esistono due centrali eoliche in Egitto: la maggiore è a Zafarana, sulla costa occidentale del Golfo di Suez, con una capacità di 545 megawatt, e la seconda è a Hurghada. I piani prevedono un incremento della produzione di energia eolica fino a 7,2 gigawatt prima del 2020. In secondo luogo, un decimo dell’energia totale proviene già dagli impianti idroelettrici, che producono 13,7 miliardi di kilowattora. La maggior parte di queste centrali impiegano l’acqua dal Nilo, dall’Alta Diga di Aswan e dalle dighe di riserva. L’Egitto sta mediando con Etiopia e Sudan sulla Grande Diga del Rinascimento sul Nilo Azzurro, che dovrebbe ridurre la quantità di acqua del fiume. In terzo luogo, NREA sta migliorando gli impianti solari del paese. L’unico centro operativo si trova a Kuraymat, nei pressi del Cairo, e produce 40 megawatt. Lungo la costa del Mar Rosso dovrebbe essere costruito un impianto più potente, vicino Kom Ombo. La programmazione nazionale prevede di raggiungere il limite di 3,5 gigawatt nel 2017. L’Egitto sta sviluppando anche un nuovo progetto per connettere la propria rete all’Arabia Saudita. Dopo la firma di un contratto da 1,6 miliardi di dollari nel 2015, la costruzione del progetto di connessione finirà in tre anni, fornendo energia supplementare ad entrambi i paesi. Inoltre Egitto e Arabia Saudita hanno due picchi diversi di domanda energetica: i sauditi tra mezzogiorno e mezzanotte, gli egiziani dopo il tramonto. Si prevede un uso più efficiente della rete elettrica e in questo senso è attiva l’Iniziativa del Bacino del Nilo (NBI), per collegare i paesi della regione nilotica.

Il presidente al-Sisi ha ordinato di mettere in primo piano la produzione di energia nel piano di distribuzione del gas, tagliando più di metà dell’approvvigionamento elettrico alle industrie del cemento e dei fertilizzanti (da 940 a 350 milioni di metri cubi al giorno), riducendo la differenza tra domanda e offerta di 1,8 gigawatt. Tuttavia la soluzione è solo temporanea. Il ministro Ibrahim Mehleb ha affermato che i sussidi all’energia costano 130 miliardi di sterline egiziane, circa il 10% del PIL, e il governo ha iniziato a rivedere queste agevolazioni. I tagli statali riguardano un terzo dei sussidi e il costo dell’elettricità è salito dal 30% al 55%. Anche i prezzi della benzina sono aumentati: dal 40% al 175% per il diesel e il gas naturale per i veicoli, mentre il gas naturale per le industrie cementifere e metallurgiche dal 30% al 70%. In risposta alle necessità di queste industrie, nell’aprile 2014 il governo ha approvato una legge che consente l’uso di carbone nel settore produttivo. Il dibattito pubblico è stato molto ampio a proposito dei rischi ambientali di questa scelta, soprattutto da parte del ministro dell’ambiente Laila Iskandar, che ha suggerito di migliorare l’efficienza delle industrie egiziane, che difatti consumano circa un terzo in più della controparte europea. Il nuovo provvedimento ha reso possibile l’importazione e l’utilizzo di carbone per ridurre la carenza energetica nel paese. Il governo dovrebbe aumentare le importazioni di gas da Algeria e Israele, ma la situazione è migliorata inaspettatamente la scorsa estate, quando l’ENI ha annunciato la scoperta del maggiore giacimento di gas nel Mediterraneo, di fronte alle coste egiziane. Il giacimento di Zohr dovrebbe riportare l’Egitto alla condizione di esportatore netto di gas.

Come si è visto, l’Egitto necessita di un piano a lungo termine per incrementare e diversificare la propria produzione di energia. Il disastro di Fukushima nel 2011 è stata l’occasione per alcuni paesi europei di rinunciare all’uso del nucleare. La Germania ha interrotto qualsiasi attività atomica, mentre Spagna e Svizzera hanno interrotto la costruzione in corso di nuovi siti nucleari. L’Italia ha rinunciato ad avere risorse nucleari nei suoi confini dal 1987, dopo un evento simile a Černobyl’. Tuttavia, in questi anni si osserva un rinnovato interesse per l’energia nucleare in Medio Oriente. La Giordania ha una carenza costante di risorse e nel tentativo di risolvere questa situazione critica ha firmato un accordo con la Russia per un impianto nucleare da 10 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita intende costruire 16 stazioni nei prossimi vent’anni, lavorando insieme a Francia, Corea del Sud, Cile e Argentina. Il solo stato arabo che sta costruendo una centrale nucleare sono gli Emirati Arabi Uniti, che hanno iniziato una nuova struttura con l’assistenza tecnica della Corea del Sud, da completarsi entro il prossimo anno. Come è noto, i paesi del Golfo non soffrono un deficit energetico, ma necessitano di diversificare le proprie fonti energetiche. Pur essendo il risultato di una precisa scelta politica, la riduzione del prezzo del petrolio sta iniziando a causare alcuni effetti sulle economiche regionali. Infine vanno menzionato i due stati non-arabi della regione che svolgono attività nucleari, Israele e Iran.

Un viaggio senza meta: l’energia nucleare in Egitto

In che modo si è affermata l’idea di portare l’energia atomica nella terra del Nilo? L’Egitto è un sostenitore e membro dell’iniziativa per una zona libera da armi di distruzione di massa (WMDFZ), non ha strutture nucleare, né commerciali né militari, ma la sua ricerca scientifica in materia è tra le più avanzate della regione araba. Nel paese esistono due reattori di ricerca e sono entrambi piccoli reattori a fissione che richiedono una quantità minima di uranio. Gli scienziati egiziani hanno sviluppato un piccolo combustibile radioattivo e hanno implementato la tecnologia per separare il plutonio, ma non sono ancora in possesso delle competenze utili all’arricchimento e al ritrattamento. Dunque non è possibile affermare che l’Egitto sia autonomo per il ciclo completo: è tuttavia possibile, pur con difficoltà, che il paese possa sviluppare armi nucleare nel breve e medio termine. Come si è visto, l’Egitto soffre notevoli carenze strutturali. Queste sofferenze hanno origine nel fallimento della pianificazione energetica del passato.

La prima idea di energia nucleare in Egitto nasce dopo il discorso di Eisenhower alla conferenza “Atomi per la Pace” all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1953. Due anni più tardi alcuni delegati egiziani prendono parte alla conferenza omonima di Ginevra per l’uso pacifico dell’energia atomica. Nello stesso anno, nel 1955, il presidente egiziano Gamal al-Nasser fonda la Commissione Egiziana per l’Energia Atomica (AEC), che l’anno successivo diventa Ente per l’Energia Atomica (AEE, ora divenuta Autorità). Non è possibile supporre se l’intento fosse quello di produrre armi nucleari, poiché la guerra del 1967 mette fine a questo progetto. Il primo segretario dell’AEE fino al 1958 è Ibrahim Himly Abdel Rahman, che firma diversi accordi bilaterali, in particolare con l’Unione Sovietica nel 1956. L’alleato sovietico costruisce il primo reattore ad acqua leggera a scopo di ricerca a Inshas, nel governatorato di Al Sharqia, che inizia ad essere operativo nel luglio 1961. ETTR-1 non ha mai prodotto quantità significative di plutonio per armi nucleare, ma gli scienziati sono stati in grado di sviluppare un primo esame dell’atomo. Nel 1958 due nuovi personaggi assumono la direzione dell’agenzia: El Sayed Amin al Khashab come segretario generale e Salah Hedayat alla direzione generale. Il periodo successivo, tra il 1960 e il 1967, è considerato il momento di sviluppo maggiore del nucleare in Egitto.

Tutto ha inizio il 21 dicembre 1960, quando il primo ministro israeliano, David Ben Gurion, annuncia la costruzione di un impianto nucleare a Dimona per scopi pacifici. Per questa ragione l’Egitto prova a produrre armi nucleari in ogni modo, nel tentativo di rafforzare il proprio ruolo di leadership del mondo arabo, oltre a garante della sicurezza regionale. Al-Nasser cerca l’aiuto degli altri paesi non allineati, in particolare India e Cina, inserendo anche la questione nella retorica panarabista della Lega Araba. Tuttavia non riesce ad ottenere alcun successo. Il fallimento è dovuto alla mancanza di risorse finanziarie e al capitale politico. Bisogna tuttavia notare che non è mai stato previsto come prioritario nessun capitolo di bilancio per la ricerca nucleare. La guerra del 1967 congela ogni aspirazione: la perdita del petrolio dal Sinai, la chiusura del Canale di Suez, la riduzione del sostegno finanziario dall’estero indeboliscono l’economia egiziana. Le attività dell’EEA sono limitate alla ricerca teorica, fino al 1968, quando l’Egitto firma il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Nel 1970 la successione di Anwar al-Sadat e la firma della pace con Israele mettono fine al sogno nucleare. Di fatto, nel 1974, al-Sadat firma un accordo con gli Stati Uniti per ricevere otto reattori, ma le condizioni imposte dagli americani sono considerate impraticabili e la pace del 1979 cambia le priorità di sicurezza egiziane.

Il parlamento egiziano ratifica il TNP il 26 febbraio 1981, mettendo le attività nucleari nazionali sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica insieme all’Accordo di Salvaguardia Integrale. L’Egitto diventa uno dei paesi più trasparenti della regione, dato che Hosni Mubarak perde qualsiasi interesse per le armi nucleari. Come già anticipato, nell’aprile 1986 il disastro di Černobyl’ rende l’uso dell’energia nucleare meno popolare. Pochi anni dopo l’Egitto compra un secondo reattore ad acqua leggera dall’Argentina. ETTR-2 è operativo dal 1997 a Inshas e utilizza uranio arricchito al 19,75%, non utilizzabile per l’armamento senza un ulteriore arricchimento. Dal 1990 l’Egitto sostiene la Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa, ma critica la mancanza di universalità del TNP. L’Egitto si rifiuta di firmare il Protocollo Addizionale dell’AIEA e la Convenzione sulle Armi Chimiche, oltre a non voler ratificare il Trattato di Bando Complessivo dei Test Nucleari, il Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari dell’Africa (Trattato di Pelindaba) e la Convenzione per le Armi Biologiche, mostrando un atteggiamento ambiguo sugli armamenti.

Nel 2004 l’AIEA ha messo sotto indagine l’Egitto per la mancata notifica di alcuni esperimenti radioattivi tra il 1990 e il 2003, insieme all’importazione di uranio. Queste attività non sono proibite, ma devono essere notificate all’Agenzia Internazionale. Il governo ha risposto che si è trattato di un errore causato da una diversa interpretazione del trattato. Tuttavia l’AIEA ha apprezzato la trasparenza mostrata successivamente. Due anni più tardi il governo egiziano ha esposto un nuovo interesse per lo sviluppo nucleare: nel settembre 2006 Gamal Mubarak, parlando al congresso del Partito Nazionale Democratico, ha definito la politica nucleare come un passaggio chiave per lo sviluppo nazionale. Nel marzo 2007 il ministro dell’energia Hassan Yunis ha annunciato un piano per dieci nuovi reattori per l’energia nucleare, ma non è mai stato sviluppato. Nel 2010 il presidente Mubarak annuncia la selezione di el-Daba come nuovo sito per gli impianti. La rivoluzione del 2011 non ferma i piani e il nuovo ministro dell’energia annuncia il completamento dei lavori nel 2025, mentre il primo impianto sarà operativo nel 2019. Nel gennaio 2012 centinaia di residenti occupano il sito di el-Daba, protestando per la mancata compensazione dell’esproprio delle terre; durante la protesta viene sottratto del materiale radioattivo. Nonostante il governo egiziano non abbia più affrontato l’argomento, è interessante notare che, prima della propria rimozione, il presidente Mursi è stato in visita ufficiale in Russia per inizia una cooperazione bilaterale sul nucleare.

Un inaspettato cambio di scenario

Tuttavia, tutta la politica energetica del paese cambia nel 2013 con il ritorno al potere dei militari. La fine della presidenza di Mursi è causata anche dall’evidente incapacità di risolvere i problemi più pressanti per la popolazione. In questo senso, i continui blackout sono sembrati la prova più evidente per gli oppositori della Fratellanza Musulmana. Sia per dimostrare la loro diversità politica sia per risolvere le carenze del sistema nazionale di approvvigionamento energetico, il presidente al-Sisi ha accelerato i piani per l’energia, che sono già stati descritti brevemente nei primi paragrafi. Tuttavia la nuova politica energetica è l’opportunità per creare un nuovo sistema di alleanze. Da un certo punto di vista, l’Egitto sembra tornare alla politica estera degli anni ’60. Il sistema fortemente autoritario di al-Sisi ha implicato la sospensione dell’aiuto annuale che gli Stati Uniti forniscono all’Egitto dalla fine degli anni ’80. Il Finanziamento Militare per l’Estero (FMF) vale 1,3 miliardi di dollari ogni anno ed è una voce di capitolo fondamentale nel bilancio pubblico egiziano. Questo aiuto è stato congelato per 18 mesi, ma il Congresso ha già riformato questo strumento finanziario. Dal 2018 il FMF sarà suddiviso in quattro elementi, suddivisi per ambito operativo: lotta al terrorismo, sicurezza delle frontiere, sicurezza del Sinai, sicurezza marittima. Gli egiziani riceveranno denaro con un finanziamento cash-flow, ossia potranno firmare nuovi accordi di equipaggiamento militare a credito. Questa è probabilmente la ragione più evidente del nuovo avvicinamento dell’Egitto alla Russia di Putin.

Questo avvicinamento alla Russia inizia nel giugno 2014, quando al-Sisi va in visita ufficiale a Mosca per la prima volta, che il presidente Putin ricambia nel febbraio 2015. Dal 2014 l’interscambio commerciale è cresciuto dell’86% e l’Egitto ha preso parte all’accordo di libero scambio dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), guidata dalla Russia. L’Egitto è il maggiore importatore mondiale di grano e buona parte di questo proviene dalla Russia. Questa cooperazione ha raggiunto anche il livello militare: un nuovo accordo prevede esercitazioni militari congiunte. L’esercito egiziano ha acquistato armi per 3,5 miliardi di dollari dalle aziende russe. Questo interscambio ha benefici significativi per entrambi i paesi: la Russia ha un nuovo e ampio mercato in cui esportare i propri beni, dopo aver congelato le proprie relazioni commerciali con l’Unione Europea, e allo stesso tempo l’Egitto riceve nuovi capitali che gli investitori tradizionali non portano più nel paese. La nuova dottrina di politica estera di al-Sisi riguarda anche il settore energetico.

Il 19 novembre 2015 il presidente al-Sisi ha firmato due accordi con il presidente russo per la costruzione del primo impianto nucleare in Egitto, dopo un memorandum d’intesa già approvato a febbraio. L’impianto verrà costruito a el-Daba, lungo la costa nordoccidentale del Mar Mediterraneo. La costruzione è da completarsi nel 2022 con l’aiuto di Rosatom, la società pubblica russa per l’energia nucleare. L’impianto sarà di terza generazione e conterrà quattro reattori da 1.200 megawatt ciascuno, il cui costo sarà diluito lungo 35 anni con un prestito iniziale, estinto con le entrate dalle bollette elettriche. L’Egitto progetta di costruire un impianto nucleare in questo sito dagli anni ’80, ma l’idea è stata ripresa solamente nel 2006 con l’annuncio del presidente Mubarak. I dettagli del progetto attuale non sono ancora stati chiariti e tutte le informazioni provengono dalla conferenza stampa di Sergei Kiriyenko, presidente di Rosatom. Come si è visto, un impianto nucleare di questo tipo potrebbe migliorare in modo significativo la fornitura di energia per l’intero paese. Nonostante il governo corra diversi rischi nell’affrontare un progetto di questa complessità, sembra essere assolutamente disposto a portarlo avanti. Quali sono le ragioni principali di questa scelta?

La prima ragione è un rafforzamento esterno. Il presidente al-Sisi lavora per riportare l’Egitto nel suolo ruolo di egemone regionale in Medio Oriente, prendendo parte alle principali crisi politiche, soprattutto in Libia e Yemen. Prendere parte al club nucleare dovrebbe conferire prestigio al paese e al proprio leader. L’Egitto ha bisogno di diversificare non solo la propria produzione energetiche, ma anche le sue relazioni politiche: l’aiuto economico dai paesi del Golfo chiede in cambio l’aggiustamento della politica estera egiziana alle necessità dei partner arabici. Gli alleati del Golfo stanno cambiando le loro priorità e l’Egitto cerca di compensare la loro assenza.

La seconda ragione è un rafforzamento interno. Al contrario dell’esperienza fallimentare della Fratellanza Musulmana, al-Sisi deve mostrare sé stesso come un uomo forte capace di risollevare le fortune del paese. Sotto molti aspetti è evidente il paragone con al-Nasser e non si dovrebbe sottovalutare il valore simbolico di alcuni eventi, come l’inaugurazione del secondo passaggio del Canale di Suez e il progetto per una nuova capitale. Il presidente egiziano deve mediare tra uno statalismo populista che nutre 6 milioni di dipendenti pubblici e un’economia che mostra le proprie debolezze strutturali. Al-Sisi è consapevole che deve costruire e mantenere uno stato forte e molto autoritario per conservare il proprio potere e non può commettere gli stessi errori del suo predecessore.

Conclusioni

In conclusione la scelta di dotare l’Egitto di energia atomica sembra essere parte di una riorganizzazione del sistema energetico nazionale. Nonostante programmi e obiettivi appaiano ambiziosi, è possibile che buona parte di questi sia ritardato dall’assenza di un sistema economico che incentivi gli investitori, in particolar modo quelli stranieri. La costruzione di un nuovo impianto a el-Daba potrebbe essere una soluzione permanente ai problemi energetici dell’Egitto e potrebbe fornire le garanzie necessarie agli investitori. La crisi economica ha intaccato le capacità degli investitori europei e ha fatto crollare gli investimenti diretti in Egitto. La crisi del turismo, la diminuzione del traffico lungo il Canale di Suez, la riduzione dei finanziamenti dagli stati del Golfo e l’esaurimento delle riserve di valuta straniera mostrano la drammaticità della situazione economica in Egitto. Le continue svalutazioni monetarie sembrano dimostrare la debolezza intrinseca dell’economia egiziana, 30 anni dopo il cosiddetto “autunno autoritario” di Soliman.

Il circolo vizioso di questa economia è ben noto: dagli anni ’90 i tagli al bilancio pubblico non hanno reso l’economia più efficiente, ma hanno solo generato malcontento popolare e ben poche riforme. Per questa ragione il miglioramento degli impianti energetici è ormai necessario e l’energia nucleare sembra essere un’occasione utile. Dunque il nuovo approccio con la Russia e il cambio di politica estera mostrano anche diverse implicazioni economiche. Dobbiamo chiederci se questi cambiamenti consentiranno all’Egitto sulla strada dell’autoritarismo in assenza di alleati occidentali, oppure se questo permetterà di contribuire al processo di democratizzazione dell’Egitto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *