La Turchia di Erdoğan entra in una nuova fase lontana dalla democrazia

Con un risultato atteso, il 51,4% degli elettori turchi ha approvato (con un solo milione e trecentomila voti di maggioranza) il pacchetto di riforme costituzionali che renderà la Turchia una repubblica presidenziale a partire dalle prossime elezioni del 3 novembre 2019. Come ha ricordato il presidente Erdoğan durante la conferenza stampa tenuta a poche ore dopo la chiusura dei seggi, si apre una nuova epoca per la Turchia, con la realizzazione della più importante riforma di governo nella storia della Repubblica.

Se da una parte il parametro dell’elevata affluenza alle urne (più dell’85% dei votanti) avvicina paradossalmente la Turchia ai Paesi più “democratici” del mondo, dall’altra la campagna elettorale si è svolta in un clima indubbiamente sfavorevole per l’opposizione, entro la cornice dello stato di emergenza proclamato pochi giorni dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016: già all’indomani del sanguinoso ciclo elettorale del 2015, infatti, gli osservatori definivano la Turchia una democrazia illiberale, dominata da un regime di autoritarismo competitivo.

Insieme ai primi risultati dalle urne sono arrivate immediate le proteste del partito repubblicano di opposizione, il CHP, che ha fatto ricorso alla Commissione Elettorale Suprema a causa di presunte irregolarità nelle votazioni, mentre sono state denunciate pressioni sulla popolazione nelle regioni del sud-est a maggioranza curda. In effetti, sebbene le più importanti città sud-orientali siano state quelle con il numero più elevato di “no” nel Paese, si è registrato un forte calo di consensi nel fronte del no proprio fra gli elettori curdi, su cui ha probabilmente influito l’arresto dei dirigenti del partito filo-curdo HDP nel novembre scorso. Una chiara opposizione alla riforma è invece emersa nelle metropoli come Ankara e Istanbul, mentre il voto dei cittadini turchi all’estero è stato in favore del “sì”, un dato particolarmente interessante se si considerano le tensioni tra il governo dell’AKP e i Paesi europei come l’Olanda, che avevano vietato i comizi dei politici turchi. Tuttavia, gli analisti hanno sottolineato che anche tra le fila dell’AKP e del partito nazionalista MHP, promotori della riforma, si sono aperte delle spaccature, come ha dimostrato la freddezza dell’ex presidente Gül e dell’ex premier Davutoğlu nel corso della massiccia campagna mediatica organizzata in favore del sì.

Intanto, la rapporteur per la Turchia al Parlamento Europeo ha definito gli emendamenti costituzionali approvati ieri degni di un regime autoritario, affermando che nella forma così concepita la nuova Costituzione determinerà la chiusura del processo di adesione della Turchia all’UE. In effetti, in una nota ufficiale anche il presidente dell’Associazione degli Avvocati Turchi aveva spiegato che il pacchetto di riforme mette in serio pericolo il principio della separazione dei poteri, l’indipendenza dei tribunali e soprattutto l’imparzialità del Presidente della Repubblica, che potrà mantenere il legame con il partito di provenienza, venire rieletto e detenere non solo il potere esecutivo, ma anche una rilevante capacità di intervento su quello legislativo, a fronte di una limitazione dei poteri del Parlamento e degli organismi di controllo sull’operato della più alta carica dello Stato.

D’altra parte, la Costituzione attualmente in vigore è essa stessa il frutto di un regime militare autore del golpe del 1980: anche in quel caso il nuovo testo costituzionale, all’epoca già fortemente sbilanciato in favore della figura del Presidente della Repubblica, era stato ratificato da un referendum popolare dall’esito piuttosto scontato. I successivi e numerosi emendamenti, a cui aveva dato impulso la candidatura turca all’ingresso nell’UE nel 1999, hanno reso la Costituzione dell’82 progressivamente più democratica, riducendo soprattutto il peso dei militari nella vita politica, peso che Erdoğan sembra ormai aver definitivamente annullato. Ma anche le discussioni sul presidenzialismo in Turchia non sono affatto cosa recente, come ha ribadito lo stesso Erdoğan nella conferenza stampa: alla fine degli anni Novanta era stato infatti il presidente Demirel ad aprire il dibattito sulla possibilità di rieleggere il Capo dello Stato.

Dal punto di vista dell’eredità politica e della continuità storica del percorso di Erdoğan, dunque, è significativo che, il giorno dopo la vittoria referendaria, il suo primo gesto simbolico sia stato visitare le tombe dei due leader storici del centro-destra turco (Özal e Menderes) e del fondatore del primo partito islamico nazionale (Erbakan), tra i cui ranghi Erdoğan ha avviato la sua carriera politica. Il suo primo atto politico, invece, è stata la convocazione del Consiglio dei Ministri e del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, da cui ci si aspetta un ulteriore prolungamento dello stato di emergenza, in scadenza nei prossimi giorni.

C’è oggi molta incertezza sul futuro della Repubblica Turca, ma non ci sono dubbi che il Paese stia attraversando – secondo le parole del suo Presidente – una fase sia di costruzione che di rafforzamento, in un senso apparentemente sempre più autoritario.

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