Pur essendo legale fino al 2004, nessuna condanna a morte è stata eseguita in Turchia dal 1984. Prima di questa data, i detenuti sono stati di solito condannati all’impiccagione durante i frequenti colpi di stato militari che hanno segnato la storia politica turbolenta della Turchia tra gli anni ’60 e ’80. Quando nel 2004 il partito al potere Giustizia e Sviluppo (AKP) ha finalmente abolito la pena di morte, la mossa è stata accolta non solo come il simbolo di una rottura dai giorni del regime militare, ma anche come un chiaro segno dell’aspirazione della Turchia ad entrare nell’Unione Europea. Con la pena di morte dichiarata illegale, Ankara poteva finalmente aprire l’adesione all’UE l’anno successivo.

Tuttavia, come chiunque può osservare, questi negoziati hanno fatto pochi progressi da allora e hanno ormai raggiunto un punto morto. Il recente annuncio, dodici anni dopo dallo stesso partito di governo, sull’intenzione di ripristinare la pena di morte dopo il tentativo fallito colpo di stato militare avvenuto nel mese di luglio ha causato molto scalpore in tutta Europa. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato che se la Turchia dovesse ritornare alla pena di morte, provvederemo immediatamente a fermare il processo di negoziazione, dal momento che il divieto di pena di morte è una delle condizioni di base per l’adesione all’Unione Europea. Le tensioni con l’UE sono aumentate negli ultimi mesi, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha affermato che avrebbe firmato la legge per il ritorno alla pena di morte se fosse stata approvata dal parlamento turco. “La democrazia è il rispetto volontà delle persone. Se la gente dice ‘vogliamo la pena di morte’ e questo va in Parlamento e il Parlamento lo approva e arriva a me, prometto che lo approverò”.

Nonostante i ripetuti avvertimenti sulla conseguenza immediata del ripristino della pena di morte in Turchia, l’Unione Europea in realtà si basa sulla cooperazione di Ankara per far fronte alla peggiore crisi migratoria dal Seconda Guerra Mondiale e quindi non ha alcuna intenzione di peggiorare i rapporti già delicati con il paese turco. Il 18 marzo Ankara e Bruxelles hanno firmato infatti un accordo per fermare il flusso di migranti verso l’Europa, un accordo che in gran parte ha avuto successo nel ridurre i numeri che attraversano il Mar Egeo. Secondo questo accordo, un rifugiato siriano da un campo turco sarà ammesso in Europa per ogni migrante irregolare inviato alla Turchia dalla Grecia. In cambio, l’UE ha garantito di aprire i negoziati per l’adesione della Turchia e di offrire l’esenzione dal visto per i turchi, così come circa 3 miliardi di euro in aiuti alla Turchia per l’emergenza migratoria.

In questo contesto, il potenziale ripristino della pena di morte è sicuramente una problematica linea rossa per Bruxelles, che dovrebbe ufficialmente annullare i piani di adesione all’UE della Turchia e potrebbe ribaltare l’accordo di migrazione negoziato tra Ankara e Bruxelles. Un tale sviluppo sarebbe visto come un disastro a Bruxelles, con i funzionari europei che temono che un fallimento della trattativa potrebbe ancora una volta innescare una migrazione di massa di persone dalla Turchia verso la Grecia.