[:it]Alla luce dei recenti sviluppi del conflitto nello Yemen, molti stanno cominciando a mettere in discussione la posizione dell’Oman e il suo rapporto con l’Iran e l’Arabia Saudita. Ci sono state speculazioni dei media sul fatto che la politica dell’Oman si sta spostando più verso l’Iran e più lontano dall’approccio principale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Questo dibattito, insieme a gran parte della retorica che riguarda l’Oman, di solito è focalizzato sullo svolgersi degli eventi senza alcun interesse per la politica estera e di difesa del suo governo, da oltre quattro decenni sotto il dominio del sultano Qabus Bin Said Al-Said.

Non è un segreto che tra tutti i paesi del CCG, l’Oman è quello con l’approccio più rilassato nei confronti dell’Iran; con difficoltà cerca di essere neutrale nella rivalità tra Iran e Arabia Saudita. In parte, ciò è dovuto all’obiettivo del’Oman di mantenere una sua politica estera indipendente e possibilmente non-interventista. Ancora più importante, in particolare rispetto ai suoi omologhi del CCG, l’Oman non considera la sicurezza attraverso la sua capacità di affrontare le minacce militari; al contrario preferisce mantenere un certo equilibrio, mantenendo sotto controllo le minacce esterne. Tutto ciò assicura che che il minor numero di Stati e organizzazioni vedano l’Oman in sé come una minaccia.

Il rapporto del sultano Qabus con l’Iran

Prima di tentare di analizzare la percezione di sicurezza dell’Oman di sicurezza, è importante capire il rapporto del sultano Qabus con l’Iran. Il sultano è salito al potere nel 1970 attraverso un colpo di stato contro il padre senza alcuno spargimento di sangue. A quel tempo, ci fu una insurrezione comunista nella provincia di Dhofar, che minacciava la monarchia dell’Oman. L’insurrezione iniziò nel 1962, quando il paese era gravemente sottosviluppato e la popolazione era scontenta verso il potere del padre di Qabus, il sultano Said Bin Taimur.

Il sultano Qabus prese il controllo del paese tre anni dopo che Yemen del Sud comunista dichiarò la sua indipendenza. Il fatto che Dhofar confina con la provincia sudyemenita di Mahra fece temere che il successo della rivoluzione comunista si sarebbe potuta replicare in Oman. Questo preoccupò non solo la leadership dell’Oman, ma anche le potenze occidentali che avevano tutto l’interesse nel fermare la diffusione del Comunismo nella regione. Il sovrano dell’Oman è stato fortemente sostenuto dagli inglesi e dall’Iran, all’epoca forte alleato dell’Occidente.

Teheran dispose 4.000 soldati per aiutare l’Oman a sottomettere l’insurrezione. Nonostante il fatto che ciò sia accaduto mentre lo Shah era sul trono, anche dopo la rivoluzione islamica del 1979 il sultano Qabus ha mantenuto rapporti amichevoli con il governo rivoluzionario. In questo modo il sultano ha cercato di assicurare che l’Iran escludesse ogni futuro qualsiasi intervento militare in Oman, se dovesse avvenire un’altra insurrezione.

Il ruolo dell’Oman nel corso dei negoziati tra i 5P+1 e gli iraniani, sul programma nucleare di quest’ultimo, ha dimostrato che non il paese del Golfo non si sente minacciato da un Iran più stabile. Infatti nel 2012 l’Oman ha ospitato il primo incontro di negoziato tra i funzionari iraniani e statunitensi; ha continuato a incoraggiare e ospitare gli incontri tra le parti, alcuni dei quali si sono svolti nelle residenze ufficiali del sultano. I governi di Mascate e Teheran hanno utilizzato la revoca delle sanzioni contro l’Iran a proprio vantaggio, arrivando a parlare della costruzione di un gasdotto tra i due paesi.

La percezione della sicurezza di Mascate

La rivolta in Dhofar non ha solo formato la relazioni del sultano Qabus con l’Iran all’inizio del suo potere, ma anche modificato la sua percezione della sicurezza. Piuttosto che cercare di guardare esclusivamente alla sconfitta dei partiti di opposizione o degli insorti militari, ha esaminato le ragioni socio-economiche che stanno dietro la rivolta di Dhofar. Le condizioni che hanno ispirato la rivolta, ha concluso, erano una minaccia alla sicurezza importante per l’Oman come la rivolta stessa.

Di conseguenza, il governo del sultano ha condotto riforme di massa. Dopo che l’Oman ha ottenuto l’indipendenza dagli inglesi nel 1971, ha iniziato a sviluppare l’economia attraverso la sua rendita petrolifera, che ha spianato la strada a una vasta gamma di progetti di sviluppo.

La strategia di sicurezza dell’Oman è stata messa alla prova durante la Primavera Araba. Nel 2011 i manifestanti sono scesi in piazza per chiedere maggiore sicurezza finanziaria e un controllo migliore della corruzione nella struttura politica omanita. Invece di affrontare la situazione con la forza, come hanno fatto altri governi arabi, il sultano Qabus ha introdotto norme più severe per combattere la corruzione all’interno del governo.

Questo non vuol dire che il governo dell’Oman abbia sempre avuto un approccio tranquillo. Decine di attivisti dell’opposizione sono stati incarcerati e molti hanno riferito di essere stati “torturati psicologicamente” durante gli interrogatori. Rispetto ad altri stati arabi, però, il modo dell’Oman di trattare le proteste di questo periodo è stato il più reattivo in termini diplomatici.

Su tutti gli altri paesi della Primavera Araba, il Bahrein è più spesso messo a confronto con l’Oman tra i paesi membri del CCG. Tuttavia, fin dall’inizio delle proteste, il Bahrein si è rivolto quasi subito ai militari per stabilizzare il paese. Non solo il governo di Manama ha schierato l’esercito, ma anche altri paesi del Golfo hanno schierato le proprie truppe per intervenire in Bahrein. Cinque anni dopo, il paese è ancora alle prese con importanti disordini.

Una relazione speciale con gli Huthi?

Quando la coalizione guidata dai sauditi guidata ha annunciato il suo intervento militare in Yemen, per bloccare la presa di potere da parte delle milizie Huthi e dalle forze fedeli al presidente deposto Ali Abdullah Saleh, Mascate si è affrettata a sottolineare la sua neutralità. L’Oman è l’unico paese del Consiglio di Cooperazione del Golfo a non aver preso parte alla coalizione e insiste nel rimanere neutrale per favorire una soluzione politica del conflitto.

Più di recente, l’Oman è stato accusato di essere vicino ai ribelli Huthi. Nel corso dell’ultimo mese e mezzo, le forze di resistenza locali in Yemen hanno catturato alcuni camion omaniti carichi di armi iraniane, apparentemente destinate agli Huthi. Il ministro degli esteri dell’Oman ha negato che il governo o i servizi di sicurezza abbiano avuto alcun ruolo nel contrabbando di armi. Ha anche affermato che Mascate è disposta a chiarirlo direttamente con Riyadh, nel caso i sauditi lo ritenessero necessario. È importante notare che mentre questo incidente ha sollevato qualche sopracciglia tra gli analisti del CCG, soprattutto dopo la preoccupazione espressa da un funzionario americano a proposito del contrabbando, Riyadh non ha ancora sollevato alcuna preoccupazione particolare riguardo al ruolo dell’Oman nel conflitto in Yemen. La situazione di stallo in Yemen potrebbe significare che l’Arabia Saudita avrebbe apprezzato l’assistenza militare dell’Oman in guerra, anche perché la politica saudita è dominata da falchi.

In questa situazione, bisogna guardare al Consiglio di Cooperazione del Golfo come a un gruppo. Ogni paese membro cerca di tutelare i propri interessi e gli interessi del resto del Golfo Persico, ma ognuno a suo modo. Mentre l’Arabia Saudita continua a essere aggressiva, l’Oman è ancora percepito come una colomba, grazie alla sua stabilità diplomatica. Per ora, sembra che i sauditi criticheranno la politica dell’Oman solo se ci sarà una prova esplicita e innegabile che Mascate stia tradendo gli interessi del CCG a favore dell’Iran.

I sauditi sanno di avere bisogno di una soluzione politica in Yemen. Anche se credono che si tratti di una guerra giusta, non è nell’interesse delle parti in conflitto prolungare la guerra più a lungo di quanto sia ritenuto assolutamente necessario.

Ignorare la percezione omanita della sicurezza quando si analizza il suo ruolo in Medio Oriente è un errore che si è fatto troppo spesso. La sua percezione della sicurezza è unica all’interno tra i paesi del Golfo. Se gli analisti non considerano la storia del rapporto del sultano Qabus le con potenze regionali da quando è arrivato al potere, rischiano di sopravvalutare le dinamiche attuali, senza un contesto appropriato che è stato determinante nel plasmare la politica estera e di difesa dell’Oman.[:en]In light of the recent developments in the Yemen conflict, many are beginning to question Oman’s position and its relationship with Iran and Saudi Arabia. There has been speculation in the media about whether Oman’s policy is shifting closer towards Iran and further away from the mainstream Gulf Cooperation Council (GCC) approach. This debate, along with much of the rhetoric surrounding Oman, is usually focused on unfolding events with complete disregard for its government’s foreign and defence policies over four decades under the rule of Sultan Qaboos Bin Said Al-Said.

It is no secret that out of all of the GCC countries, Oman is the one with the most relaxed approach towards Iran; it tries exceptionally hard to be neutral on the rivalry between Iran and Saudi Arabia. In part, this stems from Oman aiming to keep its foreign policy as independent and non-interventionist as possible. Most importantly, though — and especially compared to its GCC counterparts — Oman doesn’t view security through its ability to deter threats militarily; it prefers to maintain some balance by keeping external threats at bay. This ensures that as few states and organisations as possible view Oman itself as a threat.

Sultan Qaboos’s relationship with Iran

Before trying to analyse Oman’s perception of security, it is important to understand Sultan Qaboos’s relationship with Iran. He came to power in 1970 through a bloodless coup against his father. At that time, there was a communist insurgency in Dhofar Province, which threatened Oman’s monarchy. The insurgency began in 1962, when the country was seriously underdeveloped and its people were discontented with the rule of Qaboos’s father, Sultan Said Bin Taimur.

Sultan Qaboos took control three years after communist South Yemen declared its independence. The fact that Dhofar shares a border with South Yemen’s Mahra Province made him apprehensive about whether the successful communist revolution there would be replicated in Oman. This worried not only the Omani leadership, but also the western powers which had a vested interest in stopping the spread of communism in the region. The Omani ruler was backed heavily by the British and Iran, the then strong ally of the West.

Tehran ended up deploying 4,000 troops to help Oman to subdue the insurgency. Despite the fact that this happened while the Shah was on the throne, even after the 1979 Islamic Revolution Sultan Qaboos remained grateful and kept amicable relations with the revolutionary government. In this way he sought to ensure that Iran would not rule out any future military intervention in Oman, should another uprising take place.

Oman’s role during the negotiations between the P5+1 powers and the Iranians over the latter’s nuclear programme proved that it does not feel threatened by a stable Iran. Indeed, in 2012 Oman hosted the first meeting in the process between Iranian and US officials; it continued to encourage and host meetings between the parties, some of which were hosted at the sultan’s official residences. The governments in Muscat and Tehran used the lifting of sanctions on Iran to their advantage, which has led to talks about the construction of a gas pipeline between the two countries.

Muscat’s perception of security

Not only did the Dhofar insurgency shape Sultan Qaboos’s relations with Iran early on in his rule, but it also shaped his perception of security. Rather than seeking to look exclusively towards defeating opposition parties or insurgents militarily, he examined the socio-economic reasons behind the Dhofar uprising. The conditions that inspired the insurgency, he concluded, were as big a security threat to Oman as the uprising itself.

As a result, mass reforms were carried out by the sultan’s government. After Oman gained independence from the British in 1971, he began to develop the economy through its oil revenue, which paved the way for a wide range of development projects.

Oman’s security strategy was put to the test during the Arab Spring. In 2011, protestors took to the streets to demand more financial security and better oversight of corruption within the Omani political structure. Rather than dealing with the situation by force, as other Arab governments did, Sultan Qaboos introduced stricter accountability to tackle corruption within the government.

This is not to say that the Omani government has always been peaceful in its approach. Dozens of opposition activists have been imprisoned and a number have reported being “psychologically tortured” during their interrogation. Compared to other Arab states, though, Oman’s way of dealing with the protests that took place during that period was the most responsive in diplomatic terms.

Out of all of the other Arab Spring countries, Bahrain is most commonly compared to Oman amongst GCC member states. However, from the start of the protests, Bahrain turned almost immediately to military means to stabilise the country. Not only did the Manama government deploy the army, but other GCC countries also deployed their own troops to intervene in Bahrain. Five years on, it is still facing significant unrest.

“Special relationship” with the Houthis?

When the Saudi-led coalition announced its military intervention in Yemen to block the power grab by Houthi militias and forces loyal to ousted President Ali Abdullah Saleh, Muscat was quick to emphasise its neutrality. Oman is the only GCC country not to take part in the coalition and it insists on remaining neutral in order to encourage a political settlement to the conflict.

Because of this, warring parties have looked to Oman for assistance with negotiations. Western diplomats have also used its diplomatic leverage to secure their own national security interests in Yemen, especially when trying to free their citizens who have been taken hostage.

More recently, there have been accusations that Oman is leaning closer to the Houthi rebels. Over the past month and a half, local resistance forces in Yemen have caught Omani trucks laden with Iranian weapons apparently intended for the Houthis. The Omani foreign minister has denied that the government or security services has had any role in weapons smuggling. He also asserted that Muscat is willing to clarify this directly with Riyadh, should the Saudis feel it is necessary. It is important to note that while this incident raised a few eyebrows amongst GCC analysts, especially after a US official expressed concern about the smuggling incidents, Riyadh has not yet raised any particular concern over Oman’s role in the Yemen conflict. The stalemate in Yemen could mean that Saudi Arabia would appreciate Oman’s military assistance in the war, not least because the Saudi policy has been dominated by hawks in Riyadh.

In this situation, one must look at the GCC as a group. Each member country seeks to protect its own interests, and the interests of the rest of the Arabian Gulf, but each in its own way. While Saudi continues to be hawkish, Oman is still perceived to be dovish, with diplomatic stability. For now, it seems that the Saudis will only criticise Oman’s policy if there is explicit and undeniable evidence that Muscat is betraying the GCC’s interests in favour of Iran.

The Saudis understand that they need a political settlement in Yemen eventually. Even though they believe that it is a just war, it is not in the interest of the warring parties to prolong the conflict for any longer than what is deemed to be absolutely necessary.

Ignoring Oman’s concept of security when analysing its role in the Middle East North Africa (MENA) region is a mistake that is made too often. Its perception of security is unique within the GCC. If analysts do not take the history of Sultan Qaboos’s relationship with regional powers when he first came to power into account, they risk overthinking today’s dynamics without the appropriate context that has been crucial in shaping Oman’s foreign and defence policies.[:]

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