Successi e insuccessi della politica militare di Erdoğan in Iraq

[:it]Le elezioni del novembre 2002 saranno ricordate a lungo negli annali della storia politica turca. Sono state un punto di riferimento in quanto hanno inaugurato una nuova era per la politica estera turca, sia in termini di contenuto sia di portata. Il riemergere del Medio Oriente come punto focale della rinascente politica estera turca è indicativo della diversificazione politica del paese. In effetti, dopo il 2002, la Turchia ha abbandonato il suo ruolo di spettatore a favore di un impegno più assertivo, multi-dimensionale e di soft power negli affari del Medio Oriente. Tuttavia, per la Turchia, questo dinamismo nascente verso l’esterno non è stato accompagnato da una risoluzione dei problemi interni di lunga durata.

Su questo paradosso non ci potrebbe essere racconto più illuminante dell’esperienza turca di luglio-agosto 2016. Anche se ci si sarebbe potuto aspettare un qualche tipo di introversione, appena un mese dopo il tentativo fallito colpo di stato che ha scosso le istituzioni statali turche, Ankara ha condotto un intervento militare nel nord della Siria al fine di stabilire una zona cuscinetto nel paese vicino. Definita con il nome in codice di Operazione Scudo dell’Eufrate (OES), l’intervento aveva come obiettivo ufficiale quello di mettere in sicurezza la zona lungo il confine meridionale della Turchia dallo Stato Islamico. Tuttavia, se letto nella sua interezza l’intervento è stato anche volto a frenare l’espansione delle forze curde ad est dell’Eufrate. In questo modo, l’Operazione Scudo dell’Eufrate ha costituito un altro episodio nella lotta perenne di Ankara contro i curdi del PKK, che la leadership turca identifica come PYD in Siria, nonostante numerose differenze tra le due organizzazioni.

Nonostante la decisione di Ankara di ampliare il campo di OES, il successo militare nel suo doppio fronte a fine di settembre ha lasciato molte questioni aperte sulle ambizioni turche in Siria e a nord dell’Iraq. Piuttosto che come intervento militare a tutti gli effetti, l’OES è stata presentata come missione per liberare ex terre ottomane, impreziosita da discorsi nazionalistici che coinvolgono un po’ di storia rivisitata e una dose aggiuntiva di religione. L’OES, in ultima analisi, ha aperto discussioni sulla possibile continuità tra l’attuale politica turca rinvigorita e il suo passato ottomano.

La Turchia sta cercando di annettere parti dell’Iraq e della Siria attraverso la sua presenza militare sul terreno? Molto probabilmente no. Allo stesso tempo, però, i riferimenti alla stagione ottomana, che possono essere stati efficaci nel tentativo di Ankara di normalizzare le sue relazioni con i suoi vicini arabi una decina di anni fa, al giorno d’oggi sembrano avere effetti controproducenti. Inoltre, la persistente presenza militare turca nei pressi di Mosul al fine di contenere il PKK è fonte di ulteriore polemica piuttosto che di congruenza. Su questo, tutte le richieste di Baghdad di un incontro delle Nazioni Unite sul dispiegamento delle forze turche nel territorio iracheno sono rivelatrici. Inoltre, almeno pubblicamente, nemmeno la coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti sembra approvare interventismo turco in Iraq.

Sul fronte interno, lo Stato turco non sembra avere ottenuto risultati molto migliori in termini di legittimità. Inoltre, le vulnerabilità dell’establishment di Erdoğan, mostrate molto bene il 15 luglio scorso, sono ancora palpabili. Ancora più importante: il colpo di stato ha dato la possibilità al governo turco di cementare ulteriormente le sue tendenze autoritarie, materializzate in una sempre maggiore oppressione della libertà di espressione, in migliaia di ufficiali dell’esercito congedati e in arresti di massa. In un certo senso, pertanto, sarebbe un’interpretazione lecita ritenere che, tra le altre cose, l’OES mirava ad astrarre le voci dell’opposizione dalla situazione interna, in un periodo in cui l’establishment politico avrebbe dovuto essere preoccupato teoricamente per le sue sfide interne.

Tali sviluppi indicano una posizione sempre più rischiosa per la Turchia. Ankara sembra aver sopravvalutato la sua influenza nel suo vicinato, a significare che intraprendere un ruolo di primo piano in Medio Oriente è stato un progetto molto più difficile di quanto previsto dall’élite turca. Con la sofferenza delle relazioni USA-Turchia, il riavvicinamento russo-turco in Siria che non ha ancora dato frutti significativi e la stabilità interna sempre in una posizione precaria, le azioni turche assomigliano ad ambizioni dalle fragili fondamenta. Considerata la fluidità degli affari regionali e turchi, sebbene la Turchia sia diventata un’altra Riccioli d’Oro nella favola dei tre orsi, ciò potrebbe risultare sbagliato, nel corso degli eventi. Tuttavia, da un punto di vista puramente teorico, per la Turchia si potrebbe già parlare di una rischiosa strategia di over-extension, siccome il concetto non è strettamente inquadrabile come espansione territoriale.[:en]In the annals of Turkish political history, the November 2002 elections will be mentioned as landmark point as they inaugurated a new era for the Turkish foreign policy both in terms of substance and scope. Indicative of the country’s policy diversification has been the re-emergence of the Middle East as a focal point of the renascent Turkish foreign policy. Indeed, after 2002, Turkey abandoned its bystander role for the sake of a more assertive, multi-dimensional and soft power based engagement in the Middle Eastern affairs. But for Turkey, this infant dynamism in the external realm was not accompanied by a troubleshooting in the country’s long-lasting internal problems.

On this paradox, there could be no more telling story than the Turkish experience of July-August 2016. Although some kind of introversion might have been expected, it was almost a month after the failed coup attempt which jarred the Turkish state institutions that Ankara would undertake a military intervention in northern Syria in order to establish a buffer zone in the neighboring country. Codenamed Operation Euphrates Shield (OES), the intervention officially aimed to secure the zone along Turkey’s southern border from the Islamic State but, in its entirety, it also purported in curbing Syria-based Kurdish forces eastwards of Euphrates. In this way, Operation Euphrates Shield was another episode in Ankara’s perennial fight against PKK which the Turkish leadership identifies with PYD in Syria despite the two organizations’ different perceptions.

The military success on its double front notwithstanding, Ankara’s decision to broaden the scope of OES as of late September has yielded questions about Turkish ambitions in Syria and northern Iraq. Presented as a mission to liberate former Ottoman lands rather than as a fully-fledged military intervention and embellished with nationalistic discourses involving some revised history and an added dose of religion, OES has ultimately reinvigorated discussions upon continuities between the current Turkish policy and its Ottoman past.

But is Turkey trying to annex parts of Iraq and Syria through its military presence on the ground? Most probably not. At the same time however, invocations of the Ottoman days that may have been effective in Ankara’s effort to normalize its relations with its Arab neighbors a decade ago, nowadays seem to have counter-productive effects. Besides, Turkish chronic military presence near Mosul in order to contain PKK is a source of increased controversy rather than congruence. On that, Baghdad’s latest calls for a U.N meeting on the deployment of Turkish forces in the Iraqi territory are revealing. On top of that, at least publicly, neither the U.S-led alliance against ISIS appears to endorse Turkish interventionism in Iraq.

In the internal dimension, the Turkish state does not appear to hold a much better record in terms of legitimacy. The July 15th has well exposed the vulnerabilities of the Erdogan establishment while its blast is still palpable. Most importantly, the coup gave the chance to the Turkish government to further cement its authoritarian tendencies materialized in an increased oppression of free expression, thousands of army officers been relieved of duty and massive arrests. In a sense therefore, it would be a safe interpretation to assume that, among others, OES aimed to abstract opposition voices from the domestic situation, in a period when the political establishment would theoretically be preoccupied with the internal challenges.

Such developments point to an increasingly risky position for Turkey. Ankara seems to have overestimated its leverage in its vicinity, signifying that undertaking a leading role in the Middle East was a much more difficult project than expected by the Turkish elites. With the U.S-Turkish relations suffering, the Russian-Turkish rapprochement in Syria still not having born any remarkable fruits and the internal stability always in a precarious position, Turkish actions resemble ambitions set on fragile foundations rather than a granite structure. Given the fluidity of the regional and Turkish affairs, whether Turkey has turned to be another Goldilocks in the story of the three bears might be proven wrong as events unfold. But from a purely theoretical point of view, we can probably speak of a dicey strategy of over-extension inasmuch the term is not strictly defined as territorial expansion.[:]

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