Quali effetti avrà la crisi del Golfo sull’economia italiana

Ciò che in questi giorni sta accadendo nella regione del Golfo Persico potrebbe facilmente essere tramutato in un’opera cinematografica di successo. L’intera vicenda segue infatti una progressione narrativa degna di una serie televisiva con grandi pretese. Lo schiaffo di Riad al potente emirato del Qatar è solo l’ultima puntata di una saga decennale, torbida al pari di House of Cards, più complicata della più intricata stagione di Lost. In questo particolare episodio, il Qatar viene demonizzato dall’Arabia Saudita e i suoi alleati, i quali improvvisamente “realizzano” che quest’ultimo ha finanziato il terrorismo jihadista, oltre ad aver fornito supporto, materiale e ideologico, all’organizzazione dei Fratelli Musulmani, capro espiatorio di tutti i mali d’Egitto.

Breve cronistoria di un rapporto conflittuale

Rimanendo in tema di serie televisive, procediamo – come si suole dire – a un breve recap delle stagioni precedenti: prima di tutto si deve ricordare che l’Arabia Saudita ha sistematicamente tramato nell’ombra durante tutti e cinque i decisivi passaggi di potere che hanno interessato la storia del Qatar – vale a dire il 1913, 1949, 1960, 1971 e il 1995. Sono state proprio le pressioni saudite a spingere Hamad Bin al Thani, padre dell’attuale emiro Tamim, ad allontanarsi dall’asfissiante orbita saudita e cercare di ritagliarsi un ruolo indipendente nell’agone regionale e internazionale. Nel corso del 2001, la tensione tra i rappresentanti dei due establishment si colora di una tinta personale allorché la seconda moglie di Hamad al Thani, la potentissima Mozah bin Nasser, viene pubblicamente accusata dal giornale Azzaman, non senza un tocco di umorismo, di fare il bello e cattivo tempo negli affari di stato del Qatar e di condurre negoziati segreti con Israele. La sheikha Mozah, all’epoca presidente della Qatar Foundation for Education, decide però di controbattere alle accuse del giornale affermando come la notizia altro non sia che l’ennesima trovata per screditare il Qatar e la sua leadership.

Lo stesso anno vede l’Arabia Saudita far fallire il progetto di rifornimento di gas qatariota al Kuwait, un altro esempio emblematico che epitomizza la natura ambigua di questo rapporto. Come sapranno già gli appassionati di cinema, le produzioni più riuscite sono però quelle in cui la disposizione del materiale narrativo è tale da favorire un aumento progressivo del coinvolgimento emotivo del pubblico. L’apparente distensione che segna il periodo fra il 2006 e il 2010 è quindi perfettamente funzionale al climax che ne segue, cioè la discrasia delle strategie saudita e qatariota dopo l’esplosione delle Primavere Arabe in Libia e in Siria. Qui, nel corso del 2012, il processo di allontanamento raggiunge la catarsi quando Qatar e Arabia Saudita appoggiano e finanziano apertamente gruppi militanti diversi e in reciproca competizione tra loro, contribuendo alla frammentazione delle forze di opposizione al regime.

Il crollo dei prezzi del petrolio

Il 2014, anno della controrivoluzione del generale Al-Sisi in Egitto, segna un nuovo riavvicinamento tra Riad e Doha, con quest’ultima costretta a rinnegare l’appoggio fornito al presidente Morsi l’anno precedente. Il nuovo emiro Tamim compie in quei mesi un deciso tentativo di distaccarsi dall’eredità dei governi precedenti e sceglie come meta per la sua prima visita ufficiale la città di Gedda, dove si incontra con il vecchio re Abdullah bin Abdulaziz. Una sorta di rapprochement tra i due Paesi è quindi già in atto quando, a partire dal giungo del 2014, i prezzi del petrolio cominciano a crollare. Tale crollo, in congiunzione con l’escalation delle tensioni in Yemen, contribuisce a ridefinire nuovamente le relazioni tra i due storici rivali, ora concentrati più che mai sulla necessità di consolidare programmi di diversificazione economica. Da un lato, il nuovo sovrano saudita, Salman, procede a rinvigorire l’unità tra gli Stati del Golfo, ponendo fine alla guerra fredda con il Qatar. Dall’altro Doha fa trasparire segnali di apprezzamento per la nuova direzione strategica dell’Arabia Saudita in Siria, Iraq e Yemen. Si arriva così all’ultima puntata, quella del giugno 2017. Con il benestare degli Stati Uniti, che nel frattempo hanno piazzato commesse in armi per 135 miliardi di dollari, i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, recidono improvvisamente le relazioni diplomatiche con il Qatar, concedendo ai propri rappresentanti diplomatici appena 48 ore di tempo per abbandonare il paese.

Le conseguenze per l’Italia

L’isolamento imposto al Qatar è in sé suscettibile di molte e diverse interpretazioni. Dall’ultimatum saudita emerge chiaramente la volontà di punire l’emirato per le sue oscillazioni verso la repubblica islamica di Teheran e di lanciare un messaggio ad altri Paesi potenzialmente dissidenti. Tralasciando il gioco della geopolitica del fronte sunnita, ciò che è interessante rilevare sono le possibili conseguenze dell’accaduto per l’Italia e per altri paesi europei, nel totale disinteresse del nostro alleato americano. Nel corso del 2016 – è opportuno menzionare – la diplomazia italiana si allarmava per le nebulose prospettive che una possibile vittoria elettorale di Hillary Clinton avrebbe riversato sull’Italia. Clinton, come confermano alcuni alti dirigenti della Farnesina, faceva orecchie da mercante alle voci che difendevano gli interessi strategici nella Penisola. L’elezione di Trump tuttavia, con tutta le incertezze che si porta dietro, non sembra aver cambiato le cose per il meglio: le posizioni americane riguardo alla rimozione delle sanzioni creditizie e finanziarie in Iran si sono bruscamente irrigidite. L’Iran è da sempre uno degli sbocchi privilegiati per i flussi commerciali italiani ma le imprese italiane rinunciano a portare ad esecuzione i 36 accordi del 2016, temendo ritorsioni da parte del Tesoro americano.

Una prospettiva simile potrebbe ora verificarsi nei confronti del Qatar, dove l’Italia gode di una massiccia presenza economica: le stime parlano di circa 6 miliardi di investimenti totali. La quasi totalità degli investimenti riguardano il settore energetico e delle infrastrutture, dove l’italiana Salini Impregilo è impegnata nella costruzione di uno stadio in vista dei Mondiali di calcio del 2022. La manifestazione sportiva – è appena il caso di dirlo – rischia ora di venire annullata. Dall’altro lato, gli interessi del Qatar in Italia sono pure cospicui: oltre ad aver accumulato negli anni un ingente patrimonio immobiliare, tra hotel, uffici e palazzi di lusso, nel 2012 la finanziaria Mayhoola for Investments ha acquistato la maison Valentino per 700 milioni di euro e il marchio Pal Zileri nel 2014. Il Qatar Luxury Group della Qatar Foundation controlla inoltre il brand Qela e altri investimenti inerenti l’industria del turismo. Se nel breve periodo gli investimenti e gli scambi commerciali non sembrano a rischio, le cose potrebbero cambiare qualora i rapporti tra Qatar, le monarchie del Golfo e gli Stati Uniti dovessero continuare ad esacerbarsi. Ancora una volta l’Italia rischia di subire le conseguenze di un sistema di alleanze che divide e contrappone l’Europa e gli europei, sia internamente sia verso l’esterno.

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