La nuova politica di Rouhani porta alla vittoria i riformisti in Iran

In un’era in cui le relazioni dell’Iran con l’Occidente sono entrate in un percorso di riconciliazione, le elezioni presidenziali del paese del maggio 2017 sono state un inevitabile ribaltamento. O almeno così sembra da una prospettiva puramente occidentale. La presidenza di Hassan Rouhani e le sue politiche moderate hanno segnato un periodo di passi positivi nei confronti delle difficili relazioni dell’Iran con l’Occidente negli ultimi decenni e alla fine è culminato nell’accordo nucleare del luglio 2015 (JCPOA). Dunque senza dubbio le ultime elezioni in gran parte hanno determinato che la moderazione continuerà a definire la politica iraniana.

Nella battaglia critica tra la sobrietà e la linea rigida, tuttavia, Rouhani è andato senza una giubbotto antiproiettile in quanto l’accordo nucleare e il successivo alleggerimento della maggior parte delle sanzioni non gli garantivano una larga vittoria. Diversamente da da come potesse sembrare, l’amministrazione Rouhani aveva anticipato che l’accordo nucleare avrebbe terminato l’isolamento economico dell’Iran e avrebbe aperto la strada verso la trasformazione dell’economia iraniana in un modo che assomigliava alla posizione politica di Rouhani, una sorta di conservatore ma d’ispirazione internazionalista. In questo modo, il grande mercato produttore di petrolio sarebbe diventato un terreno lucrativo per gli investimenti stranieri e per il commercio internazionale. Tuttavia, lontano da ciò, la concretizzazione dell’eliminazione delle sanzioni si è rivelata essere un processo molto più lento di quello inizialmente previsto.

In un paese dove la demonizzazione del nemico lavora al meglio, l’assenza di effetti tangibili sulla vita quotidiana ha dato ai falchi – affiancati dalla Guida Suprema – la possibilità di sfruttare l’accordo per criticare Rouhani. Come spiega Saeid Jafari, con la delusione amara di Rouhani e della sua amministrazione, questa critica ha ottenuto gradualmente sempre più consensi nella vita politica iraniana. Tuttavia, come si spiegherà più avanti, i mal di testa di Rouhani vanno ben oltre il solo accordo sul nucleare.

Un’economia problematica

Oltre alle difficoltà dello stesso accordo nucleare, ci sono altri fattori economici che hanno portato la popolarità di Rouhani in una spirale in discesa. Mentre, ad esempio, la Banca Centrale dell’Iran ha annunciato un massiccio calo dell’inflazione rispetto alle cifre colossali dell’epoca di Ahmadinejad, i prezzi dei prodotti alimentari e dei servizi pubblici sono aumentate rapidamente. Allo stesso tempo, il governo in carica non è riuscito ad affrontare la corruzione su larga scala nei circoli di potere del governo, mentre il progetto Mehr di alloggi a basso reddito si è rivelato pesantemente inefficace. Con l’indicazione di una recessione economica continua, questi sviluppi mostrano che l’amministrazione di Rouhani non ha soddisfatto le aspettative del popolo iraniano. In qualche misura, l’eredità di Ahmadinejad ha dato a Rouhani un certo spazio di manovra, in quanto tali problemi economici sono stati costantemente rappresentati come un effetto successivo delle politiche populiste e a breve termine del suo predecessore. Nel lungo periodo, però, il capro espiatorio dell’ex presidente sembra indispettire sempre di più gli iraniani – in particolare, come commenta Ali Omidi, quelle classi che hanno beneficiato della manna economica della fine degli anni 2000.

In un contesto politico così diviso, l’accordo dell’OPEC del 30 novembre avrebbe potuto servire da trampolino di lancio per Rouhani, sia per la marginalizzazione economica del paese, sia per la sua stessa situazione politica. Mentre i paesi del Golfo e l’Iraq contribuiranno ad un buon 80% del taglio concordato sulla produzione di petrolio, all’Iran è stato concesso un piccolo aumento. Senza dubbio queste sono ottime notizie per gli iraniani, considerando che il suo principale rivale geopolitico – l’Arabia Saudita – ha accettato un taglio costoso. L’accordo dell’OPEC è stato presto presentato come “un secondo JCPOA” dalle colombe di Teheran e anche i falchi hanno apprezzato il comportamento di Rouhani su questo tema. Tuttavia l’arena politica iraniana è molto più frammentata della convergenza indotta dalla politica petrolifera. In quanto tale, la critica contro la gestione economica del governo si è intensificata quando le elezioni si sono avvicinate e gli iraniani spesso hanno ascoltato i trionfi diplomatici del governo.

(Mancanza di) libertà di espressione

La situazione economica dell’Iran può essere al momento il principale problema di Rouhani. Allo stesso tempo, tuttavia, la questione relativa alla libertà di espressione e alle voci dell’opposizione non comporta problematiche più pressanti. Al contrario, il governo ha ricevuto maggiori critiche nei confronti della sua cattiva gestione degli affari culturali e, soprattutto, dell’oppressione dei rivali politici. Quest’ultimo è stato prevalentemente diretto contro l’atteggiamento del governo verso Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, i due candidati presidenziali riformisti alle elezioni del 2009, che rimangono agli arresti domiciliari per aver contestato il risultato delle elezioni e per aver promosso manifestazioni in piazza, nonostante le promesse elettorali di Rouhani nel 2013.

Oltre a ciò, la cancellazione di circa cinquanta concerti da parte della polizia, del clero e della magistratura, e l’intensificazione della repressione contro la liberà espressione culturale sono in netto contrasto con l’impostazione politica moderata che il governo ha voluto dal 2013. A questo proposito, le dimissioni di Ali Janati, ministro iraniano per la cultura islamica, indicano la portata del problema. Come aggiunge Saeid Jafari, “le politiche culturali perseguite dall’amministrazione Rouhani, fin dall’inizio, sono state vicine alla linea di pensiero riformista, provocando speranza per il cambiamento della comunità culturale iraniana“; però queste azioni non solo rivelano l’inversione di marcia del governo verso la rigidità culturale, ma portano anche molti iraniani a immaginare una certa continuità con un passato di censura e repressione.

Pur se Rouhani riuscisse a mantenere l’attuale equilibrio politico, ne resta un’immagine distorta: tuttavia, come spiegato in precedenza, ci sono ragioni valide per credere che il suo futuro politico sia, come minimo, imponderabile. L’economia malata del paese e la mancata traduzione dell’accorso sul nucleare in risultati concreti e tangibili per la famiglia media iraniana, nonostante tutto, lasciano poco spazio per previsioni troppo ottimistiche. Naturalmente, in un paese che ha sete delle libertà fondamentali e delle libertà civili, l’amministrazione Rouhani dovrebbe probabilmente ripensare la propria consapevolezza politica, oltre alle sue preoccupazioni economiche.

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