Perché funziona l’autogestione saharawi nei campi rifugiati in Algeria

[:it]I saharawi hanno dimostrato una capacità di sopravvivenza e di organizzazione sociale non comune alle moltissime popolazioni in esilio. Dovrebbe essere questo un elemento che permetta alla comunità internazionale di riconoscere questo popolo come una comunità che ha costruito i propri spazi di libertà e di resistenza nell’esilio, con una cultura forte e radicata. Una comunità dunque che ha fatto tutto ciò che era necessario per essere riconosciuta come tale. È infatti tempo che i saharawi possano esprimersi liberamente e politicamente attraverso un referendum che soddisfi il loro bisogno di autodeterminazione identitaria.

Quando parliamo di Saharawi oggi, dobbiamo far riferimento a quattro gruppi che vivono in maniera molto diversa tra loro ma le cui storie sono intrecciate da un passato comune: (a) coloro che vivono nei campi profughi in Algeria, (b) coloro che si trovano ancora nel Sahara Occidentale e vivono sotto occupazione marocchina (c) coloro che vivono nei territori del Sahara Occidentale liberati dal Fronte Polisario e (d) quelli che fuggendo nel 1958 durante l’operazione militare congiunta franco-spagnola, si rifugiarono in Mauritania. I gruppi conservano stretti legami tra loro e il Fronte Polisario mantiene relazioni costanti con tutti. Qualora i saharawi riuscissero ad ottenere la tanto auspicata indipendenza non sarebbe difficile reintegrare tra loro le varie comunità grazie al bagaglio di tradizioni e cultura che condividono e al passato che li unisce.

Secondo le stime dell’UNHCR, sono circa 165mila i rifugiati che vivono nei vari campi allestiti dalla Repubblica Araba Democratica Saharawi (RASD), vicino Tindouf in Algeria. I campi (wilaya) sono cinque e portano i nomi delle città più importanti della loro madrepatria: Al Aiun, Smara, Dakhla, Ausserd e Boujdor. I saharawi hanno voluto iscrivere sul territorio, attraverso i nomi, la simbologia della patria che furono costretti ad abbandonare. Ogni wilaya (accampamento) è suddiviso in daira (provincia) che è a sua volta suddivisa in quartieri (barrio).

I campi profughi dei Saharawi rappresentano un esempio unico di auto-organizzazione. Di solito infatti i rifugiati dipendono totalmente dall’aiuto internazionale e i campi sono gestiti da agenzie internazionali, ong o dai governi che li ospitano sul proprio territorio. I campi profughi dei saharawi sono invece autogestiti, poiché i saharawi algerini non si riconoscono come una minoranza di uno Stato-nazione, bensì come un intero Stato e la gestione degli stessi è in mano alle donne. Il Fronte Polisario è il diretto interlocutore delle varie agenzie internazionali di aiuto umanitario e gli aiuti che arrivano nei campi sono distribuiti in maniera egualitaria tra le varie famiglie dal Polisario, dai Comitati Popolari e dalle donne.

A differenza di quanto accadeva nella società tradizionale, dove il ruolo della donna saharawi era limitato all’interno del nucleo familiare, nei campi tutto viene ridefinito. Le donne hanno lentamente iniziato ad acquisire controllo dei campi quando in passato, durante gli anni della resistenza armata, gli uomini erano occupati al fronte, e oggi ne rappresentano i pilastri portanti. Il loro ruolo è centrale nella vita in esilio e nella lotta per l’indipendenza. Sono loro che mantengono viva la memoria e le radici culturali del popolo saharawi, in particolare per le nuove generazioni che non hanno mai visto la madrepatria. Sono loro che mandano avanti la gestione e l’organizzazione del campo. Infatti la donna svolge anche funzioni amministrative e cura le relazioni con i visitatori stranieri. La diffusione dell’alfabetizzazione è stata essenziale nel permettere loro di svolgere tutte queste funzioni. Le donne adulte, moltissime delle quali erano analfabete, hanno avuto la possibilità di seguire corsi di alfabetizzazione che il Fronte Polisario ha predisposto fin dai primi momenti dell’esilio. Nel 1987 è stata costituita la “Scuola del 27 Febbraio”, dove le donne hanno ricevuto una formazione come istitutrici, infermiere, segretarie di amministrazione, informatiche, artigiane. Queste scelte, dettate dalla necessità del momento storico che il popolo stava vivendo, hanno contribuito a un cambiamento della collocazione sociale della donna. Onnipresenti nella gestione dei campi, le donne sono riuscite, con l’ultimo Congresso del Polisario, anche ad ottenere dei posti nel Parlamento.

In ogni campo sono state costruite scuole e strutture sanitarie. La maggior parte dell’approvigionamento alimentare arriva dagli aiuti internazionali, sebbene i saharawi, nonostante i campi si trovino nel Deserto dell’Hammanda, siano riusciti a coltivare alcuni appezzamenti di terreno. A partire dagli anni Ottanta ha iniziato a diffondersi anche il piccolo allevamento individuale. La società dei campi è una società egualitaria dove ognuno contribuisce allo sviluppo della comunità secondo le proprie possibilità e dove si cerca di soddisfare al meglio i bisogni di tutti. Fin dai primi anni dell’esilio, il Polisario ha creato diverse strutture per gestire al meglio l’organizzazione dei campi. Per ciascun campo e ciascuna provincia sono stati costituiti Comitati Popolari di base per i cinque settori fondamentali (educazione, sanità, giustizia, artigianato e rifornimento), ognuno dei quali fa capo al ministero competente. I dipartimenti di orientamento che fanno capo al Fronte Polisario e che sono presenti ai vari livelli territoriali si occupano invece di gestire le varie questioni politiche. Le strutture collettive sono gestite dai saharawi, con un minimo apporto di personale straniero residente solo per quanto riguarda gli ospedali, ma non la sanità di base. L’istruzione, impartita in hassaniya, è considerata fondamentale per la trasmissione della memoria e al tempo stesso per costruire un proprio percorso di libertà. La scolarizzazione di base è assicurata a tutti i giovani. Ogni daira ha il suo asilo nido e la sua scuola elementare. Il tasso di alfabetizzazione raggiunto è pari al 95% e rappresenta il tasso più alto di tutto il continente africano. Spesso, a causa della mancanza di strutture scolastiche necessarie a proseguire gli studi, i giovani Saharawi vanno a studiare all’estero o nei paesi limitrofi.

Col tempo anche la struttura architettonica dei campi è cambiata. Le tende non ci sono più e sono state sostituite da costruzioni in mattoni di sabbia. Si è cercato infatti di dare un’immagine di stabilità agli insediamenti, forse anche perché le continue delusioni diplomatiche – come i fallimenti degli accordi del piano di pace – li inducono a pensare che in quei luoghi ci rimarranno a lungo. Altra caratteristica dei campi è quella di ospitare musei che contribuiscono a tenere viva e a diffondere la memoria e l’identità del popolo.

Nonostante i Saharawi abbiano dimostrato una capacità di sopravvivenza e di organizzazione sociale non comune alle moltissime comunità in esilio, tanto resta ancora da fare e, secondo quanto riportato dall’UNHCR, i Saharawi sono ancora estremamente vulnerabili e dipendono quasi totalmente dall’assistenza internazionale per soddisfare i loro bisogni primari. L’accesso ai beni alimentari è scarso e quello all’acqua è limitato. Le strutture scolastiche così come i centri medici sono inadeguati e male equipaggiati e l’accesso a cure mediche specializzate è limitato. Il tasso di mortalità infantile e per parto resta alto e l’approvvigionamento di acqua potabile si attesta al di sotto degli standard umanitari minimi.

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