La morte di Muhammad e la questione della successione politica

Nel 632 Muhammad morì. Subito dopo la morte del Profeta, il neonato Islam si trovò a sperimentare “una divisione in scismi e frammentazioni, riflesso di tensioni sociali e di correnti politiche” su chi dovesse essere incaricato di guidare la comunità islamica. Di fronte al (presunto) silenzio da parte di Muhammad riguardo alla designazione del suo successore, una parte dei discepoli del Profeta ritenne che la guida politica della comunità dovesse spettare ad un vicario (c.d. Khalifa) individuato mediante la modalità di elezione tipica delle società tribali.

Contestarono tale procedura il cugino e genero di Muhammad ‘Ali Ibn Abu Talib ed i suoi sostenitori, che avanzavano la candidatura del parente del Profeta in base ad una serie di prerogative da egli possedute. Oltre ad essere stato il secondo seguace di Muhammad a convertirsi all’Islam dopo la moglie Khadija, ‘Ali aveva infatti trascorso la sua intera vita al fianco del Profeta, fungendo da suo segretario, compiendo per lui alcuni missioni diplomatiche e comportandosi con onore sui campi di battaglia. L’affetto e la fiducia di Muhammad erano stati tali, inoltre, da spingere il Profeta a darvi in sposa la sua unica figlia superstite, Fatima.

Accanto a tali qualità – riconosciute anche dai Sunniti – i sostenitori di ‘Ali portarono a sostegno della legittimità della pretesa della sua elezione una serie di elementi che invece furono immediatamente contestati dal resto della Umma. Tali circostanze si rifanno a una serie di dichiarazioni che Muhammad avrebbe pronunciato in merito alla propria successione. L’episodio fondamentale riguardo l’indicazione della successione del Profeta avvenne nel 632, presso lo stagno di Ghadir Khumm (sito a metà strada tra Mecca e Medina), al termine di quello che sarebbe stato l’ultimo pellegrinaggio a Mecca del Profeta. Prendendo per mano ‘Ali, Muhammad dichiarò ai discepoli che chiunque di loro avesse riconosciuto il signore/protettore (‫مولى‬‎ ) dei fedeli avrebbe avuto di conseguenza ‘Ali per signore/protettore. L’episodio, che per i seguaci di ‘Ali rappresentò il momento della designazione ufficiale del parente del Profeta quale guida della Comunità Islamica, non è negato dai Sunniti, che però lo interpretano come una semplice attestazione di stima di Muhammad verso ‘Ali.

Alla fine la Shura optò per l’elezione di Abu Bakr al-Saddiq, suocero di Muhammad e padre dell’ultima moglie del Profeta. Alcuni membri della Comunità Islamica rifiutarono di giurare fedeltà al neo-eletto califfo, divenendo i primi Sciiti. Portatore di una posizione meno radicale, ‘Ali stesso decise invece di non osteggiare energicamente il mandato del primo tra i Califfi c.d. Ben guidati (‫‫نودشارلا‬ ‫خالفة‬‬), probabilmente per non esasperare le prime spaccature che stavano nascendo in seno alla comunità islamica. Nonostante il disappunto per la sua mancata elezione, si tenne così a distanza dalla scena politica, limitandosi a seguirne l’andamento. Tale condotta fu tenuta dal cugino del Profeta anche per tutto il corso del mandato del secondo Califfo ben guidato, ‘Umar ibn al-Khattab.

È durante la reggenza di ‘Uthman ibn ‘Affan che ‘Ali riprese l’azione politica. In più occasioni, l’operato del terzo Califfo ben guidato – non visto di buon occhio da ‘Ali e dai relativi seguaci sin dal momento della sua investitura per l’appartenenza al clan meccano degli Omayyadi, che in precedenza erano stati tra i più energici oppositori dell’Islam – fu stigmatizzato dal cugino del Profeta. In particolare, ‘Ali reagì alla cattiva gestione del malcontento della popolazione egiziana – a cui seguirono violente rivolte della popolazione africana – e, soprattutto, alla divulgazione di una versione codificata del Corano del tutto epurata dal Califfo dei versetti in cui compariva la sua designazione ufficiale da parte di Muhammad. Il dibattito sull’autenticità della versione del Corano, che impegnò gli Sciiti sino al X secolo, rappresentò la più antica disputa dottrinaria tra Sunniti e Sciiti.

Il Califfato di ‘Ali e la prima Fitna

Nel 656 ‘Uthman venne assassinato. Ad egli successe, finalmente, ‘Ali.Nonostante il largo consenso goduto dal cugino del Profeta, sin dai primi attimi la presa del potere del Califfo venne contestata da più parti. Su di lui gravava infatti il sospetto di essere il mandante dell’assassinio di ‘Uthman; nonostante le pressioni del clan omayyade, di fatto ‘Ali non si era mai adoperato per cercare e punire gli assassini del suo predecessore.

Oltre che dal clan omayyade – in particolare da Mu’awiya ibn Abi Sufyan, Governatore della Siria e cugino di ‘Uthman -, la leadership di ‘Ali venne attaccata da A’isha (figlia di Abu Bakr e vedova del Profeta) e dagli influenti compagni di Muhammad Talha ibn ‘Ubayd Allah e al-Zubayr ibn al-‘Awwan. Questi tre raccolsero alcune migliaia di uomini e sfidarono ‘Ali nell’attuale città di Bassora (c.d. Battaglia del Cammello), subendo una veloce sconfitta.

Nell’estate del 657, ‘Ali passò poi ad affrontare il conflitto con Mu’awiya. Tale scontro, che rappresentò il primo vero e proprio scontro interno alla comunità islamica, è noto come prima Fitna (dall’arabo ‫فتنة‬, “guerra civile”). Dopo alcune settimane di attacchi armati, in un momento in cui le forze di ‘Ali sembravano sul punto di avere la meglio su quelle nemiche, Mu’awiya ordinò ai suoi uomini di attaccare sulle punte delle proprie lance fogli del Corano. Per ordine di ‘Ali, a tale gesto (che simboleggiava la necessità di rimettere la controversia al giudizio di un arbitrato interpretativo della rivelazione divina) seguì la fine delle ostilità.

Dichiarato esautorato nel 660 da Abu Musa al-Ash’ari e ‘Amr ibn al-‘As – i due arbitri chiamati da ‘Ali e Mu’awiya a giudicare sulla questione dell’uccisione di ‘Uthman -, nel 661 Ali venne assassinato per vendetta da un kharigita.

I successori di ‘Ali

In concomitanza con la comparsa della fazione di ‘Ali, si configurarono alcuni dei dogmi fondativi dello Sciismo. Primo tra tutti, si affermò il principio della legittimità della successione al potere da parte della famiglia del Profeta Muhammad. Tutt’altro che di secondaria importanza, tale principio portò gli Sciiti a riconoscere nei discendenti di ‘Ali – e non in quelli di Mu’awiya – i legittimi leader della comunità islamica.

La figura stessa della guida della comunità (il c.d. Imam) venne delineata in modo differente dalla tradizione sunnita: in virtù della sua appartenenza alla famiglia di Muhammad, l’Imam inquadrato dagli Sciiti veniva investito non solo del potere temporale – così come il Califfo riconosciuto dai Sunniti – ma anche (e soprattutto) del potere spirituale. È attraverso l’Imam, infatti, “che l’ispirazione di Muhammad vive e si propaga”.

Alla morte di ‘Ali nel 661, in coerenza con quanto appena riportato, gli Sciiti considerarono Hasan ibn ‘Ali ibn Abu Talib (625-669) – il maggiore dei due figli avuti da Fatima – la nuova guida della Umma. A Kufa, gli Alidi si strinsero dunque al nuovo Imam per difendere l’Iraq dalla determinazione di Mu’awiya di estendervi il suo controllo. Dopo pochi mesi di reggenza, Hasan decise di rinunciare ad ogni pretesa di potere, riconoscendo la superiorità militare del rivale e ritirandosi a Medina senza promuovere alcun tipo di ingerenza politica.

Un destino completamente diverso ebbe in sorte il secondo figlio di Fatima ed ‘Ali, Husayn ibn ‘Ali ibn Abu Talib (626-680). Complice il crescente malcontento popolare che circondava l’autoritario governo di Mu’awiya e dei governatori che aveva imposto sullo Stato Islamico, il terzo Imam venne identificato quale candidato ideale per rivoltarsi all’usurpatore omayyade.

Il progetto di una ribellione iniziò nel 671, quando il Califfo designò il figlio Yazid ibn Mu’awiya come suo successore, infrangendo il giuramento fatto ad Hasan e tendando di trasformare la carica califfale in una istituzione di carattere ereditario. Nel settembre 680, Husayn si mise in viaggio nel deserto con una cinquantina di persone (tra cui i membri della sua famiglia) per raggiungere la città di Kufa ed i suoi seguaci. Riconosciuti da una truppa governativa, gli Alidi furono dapprima costretti ad avanzare verso nord e successivamente bloccati nella piana di Karbala. Dopo essersi rifiutata di prestare ufficialmente atto di omaggio a Yazid, l’intera carovana di Husayn fu massacrata dall’esercito nemico, che la attaccò nel mese di ottobre (il 10 di Muharram, giorno conosciuto come ‘Ashura), dopo averle impedito per otto giorni l’accesso all’cqua potabile del fiume Eufrate. Al di là della disfatta militare, l’episodio di Karbala assunse una valenza simbolica. Husayn divenne un martire, pronto a morire piuttosto che rendere omaggio a una guida politica della Umma non legittimata a governare. L’impatto emotivo suscitato dalla vicenda di Karbala trasformarono Husayn in uno dei protagonisti indiscussi della storia sciita, i cui effetti perdurano fino ad oggi.

Dal massacro di Karbala riuscì a salvarsi uno dei figli di Husayn, il piccolo ‘Ali ibn Husayn
(soprannominato Zayn al-‘Abidin, ovvero “Ornamento dei fedeli”); quest’ultimo, riconosciuto dagli Sciiti come il quarto Imam, diede dunque continuità alla stirpe degli Alidi.

L’occultamento del dodicesimo Imam e l’evoluzione della Shi’a

Nonostante gli sforzi dei successivi Imam si siano sempre rivolti più all’affermazione di un diritto e un rituale propri piuttosto che alla rivendicazione del potere temporale, i reggenti del Califfato sunnita (tanto la dinastia omayyade quanto quella abbaside) guardarono sempre allo Sciismo con astio e diffidenza. Gli Alidi si difesero dalle persecuzioni tramite la dottrina della cd. Taqiya (dall’arabo ‫تقية‬, “dissimulazione”). Elaborata dal sesto Imam Ja’far al-Sadiq (700-765), essa consentiva ai fedeli sciiti di occultare la propria fede quando la loro vita era minacciata.

Dopo la sua formulazione, la dottrina dell’occultamento ha avuto una valenza simbolica all’interno dell’Islam sciita. La scomparsa del dodicesimo Imam Muhammad Ibn Hasan (noto come al-Mahdi) fu infatti ricondotta dagli Sciiti alla sua decisione di occultarsi temporaneamente. Durante tale periodo – detto dell’Occultamento minore (in arabo, ‫الصغرى‬ الغيبة)‬ -, l’Imam aveva la facoltà di comunicare con i suoi fedeli tramite messaggi consegnati ad una rete di fedelissimi compagni. Alcuni decenni dopo, considerata trascorsa la durata media della vita di una persona, il dodicesimo Imam sarebbe passato ad un Occultamento maggiore (in arabo, ‫الكبرى‬ الغيبة‬), in attesa del momento opportuno per tornare con i suoi compagni scelti e sconfiggere il Male.

Con il passare del tempo, le problematiche pratiche derivanti dalla necessità di espletare alcuni funzioni pertinenti all’Imam unite all’impossibilità di sostituire il Mahdi (che non è morto, ma è solo temporaneamente assente) furono risolte tramite la delega di alcune mansioni ai c.d. ‘Ulama. Esponenti di una classe di esperti in scienze religiose, questi ultimi iniziarono ad emanare un numero sempre maggiore di norme sulla base dell’interpretazione religiosa, accumulando, in nome e per conto dell’Imam stesso, prerogative e poteri molto vasti.

La struttura gerarchica in cui gli ‘Ulama si organizzarono – differenziata al suo interno a seconda del livello di conoscenza religioso-giuridica raggiunta dai suoi componenti – rappresenta ancora oggi una delle principali differenze dall’Islam sunnita, in cui invece è assente qualsiasi forma di clero.

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FOTOMullah Talk, Babak Fakhamzadeh/Flickr. CC BY-NC 2.0
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È laureato alla LUISS in Relazioni Internazionali e lavora come Junior Assistant nel desk di cooperazione e sviluppo in Medio Oriente della ong Un ponte per. Giornalista pubblicista, è collaboratore di Osservatorio Iraq - Medioriente e Nordafrica , di cui è stato corrispondente da Kuwait e Tunisia.