I terremoti in Medio Oriente, tra precetti religiosi e analisi del rischio

I terremoti rappresentano in tutte le culture una manifestazione della potenza delle forze naturali che l’uomo non può controllare. L’avanzamento tecnologico degli ultimi anni non ha cambiato questa situazione, ma ha permesso di controllarne meglio gli effetti. L’Islam non fa eccezione in questo senso, ma la sua concezione universalistica di accettazione del volere divino – la stessa definizione di Islam ha il significato di “sottomissione” – e dunque anche delle sue manifestazioni naturali. Se ne parla in modo esplicito nella sura 99 del Corano, con altre citazioni indirette nel resto del testo. Questo capitolo descrive i terremoti come volontà divina, legando l’evento sismico al giorno del terremoto finale in cui avverrà il giudizio divino sugli uomini. Secondo l’interpretazione religiosa, i terremoti servono a ricordare agli esseri umani di pentirsi per i propri peccati, per cui chiedere al più presto perdono.

Nonostante l’eventuale correlazione tra peccati e redenzione, non è possibile prevedere alcun tipo di terremoto. L’unica azione possibile per ridurne i danni è la prevenzione, attraverso la valutazione del rischio sul territorio. Ad esempio, da tempo è noto che la città di Istanbul, abitata da più di 14 milioni di persone, è uno dei luoghi più a rischio del Medio Oriente. La faglia anatolica settentrionale (NAFZ), che attraversa la Turchia a nord e il Mare Egeo, arriva fino al Mar di Marmara, su cui si affaccia la splendida città turca: questa è una delle faglie più a rischio. L’ipotesi di alcuni geologi del Massachusetts Institute of Technology è che un terremoto nel prossimo futuro possa essere di magnitudo superiore al settimo grado. Un evento della stessa intensità si è già verificato nel 1766, che alzò anche un’onda che ha colpito buona parte della città affacciata sulla costa. Il terremoto del XVIII secolo provocò la morte di oltre 4.000 persone. Come nel caso dei vulcani attivi ma in quiescenza, come il Vesuvio, l’assenza di attività geologica implica che al di sotto del terreno si sta accumulando tensione, che prima o poi dovrà attivarsi. L’ultimo terremoto di una certa entità collegato a questa faglia è avvenuto nell’agosto 1999, colpendo la città di İzmit, non troppo lontano da Istanbul. La magnitudo momento fu di 7,6 gradi, calcolato secondo la scala Mercalli (che invece valuta gli effetti distruttivi) a 9 gradi: alla fine dell’evento sismico morirono oltre 17.000 persone, lasciando mezzo milione di sfollati. È stato il sisma più violento in Anatolia dei tempi moderni, di poco inferiore al terremoto che colpì la regione nel 1939. Tuttavia questi eventi hanno anche dei risvolti positivi: in seguito al terribile sisma del 1999, la Grecia – vicino geografico e antagonista storico della Turchia – fu il primo paese a contribuire con aiuti d’emergenza, fornendo assistenza e materiali di prima necessità. In questo caso si parlò di “diplomazia del terremoto“, poiché poche settimanadopo anche Atene fu colpita da un violento sisma e la Turchia contribuì a sua volta. Le relazioni tra i due paesi sono progressivamente migliorate dal 1999 in poi, arrivando nel 2009 a creare un consiglio di cooperazione (G2G) tra i vertici dei due paesi.

I maggiori terremoti del XX secolo in Medio Oriente (superiori a magnitudo delle onde superficiali 6.5). Fonte: N. Ambraseys, "Earthquakes in the Eastern Mediterranean and the Middle East", p. 832.
I maggiori terremoti del XX secolo in Medio Oriente (superiori a magnitudo delle onde superficiali 6.5). Fonte: N. Ambraseys, “Earthquakes in the Eastern Mediterranean and the Middle East”, p. 832.

Per approfondire l’argomento, esistono due lavori accademici che illustrano dal punto di vista storico l’impatto dei terremoti in Medio Oriente. Il primo è Earthquakes in the Mediterranean and Middle East, un saggio pubblicato nel 2009 dall’Università di Cambridge e raccoglie considerazioni geologiche e di natura storica negli ultimi due millenni, mettendo insieme i dati di oltre 4.000 sismi documentati, traducendo per la prima volta in inglese alcune fonti locali. Il volume è molto lungo ma offre approfondimenti interessanti su alcuni luoghi, in particolare l’area del Mar Morto, del Mar di Marmara e del Golfo di Corinto, che sono luoghi di particolare rischio sismico. L’autore, Nicholas Ambraseys, è un ingegnere civile dell’Imperial College di Londra, esperto delle sequenze storiche dei terremoti. In passato aveva già studiato questi fenomeni, pubblicando nel 1982 un testo sui sismi in Persia e nel 1994 approfondendo la zona del Mar Rosso tra Egitto e Arabia Saudita.

Il secondo è un progetto molto importante che riguarda il rischio sismico: Earthquake Model for the Middle East (EMME) è un progetto di ricerca curato dalla Fondazione GEM, che ha sede in Italia, a Padova. Il progetto prevede lo studio della capacità di reazione di alcune città della regione secondo alcuni scenari di rischio: il progetto riguarda sei città mediorientali: Mashhad in Iran, Gulshan-e-Iqbal in Pakistan, Irbid in Giordania, Tbilisi in Georgia, Yerevan in Armenia, Tiro in Libano. Grazie anche a un lungo lavoro di catalogo, questo gruppo di ricerca ha l’obiettivo di mettere in relazione il rischio sismico alla popolazione presente sul territorio, proponendo eventuali programmi di prevenzione.

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