Lo stato di emergenza e il regime di golpe continuo in Turchia

Nelle ultime settimane il governo di Ankara ha prolungato per la terza volta di altri tre mesi lo stato di emergenza, proclamato per la prima volta dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016. La Turchia arriverà dunque al primo anniversario del colpo di Stato nelle condizioni straordinarie che in questi mesi hanno giustificato l’emanazione di circa venti decreti legge, contenenti sia modifiche alla legislazione esistente che misure di epurazione preventiva contro tutti coloro che sono sospettati di avere legami con i “terroristi” gülenisti o filocurdi. Il bilancio è finora di oltre 100.000 impiegati pubblici (tra cui circa cinquemila accademici) e 25.000 membri delle forze dell’ordine espulsi, quasi 3.000 associazioni e 160 organi di stampa chiusi, più di 500 aziende confiscate.

Da una parte, lo stato di emergenza sta consentendo l’apertura di un enorme numero di inchieste, l’esecuzione di arresti e di fermi in condizioni di notevole arbitrarietà, come ha recentemente sperimentato il documentarista italiano Gabriele Del Grande. Tuttavia, d’altra parte sta anche rendendo possibile quella che sembra a tutti gli effetti una radicale e permanente ristrutturazione delle istituzioni, coronata dall’approvazione della riforma presidenziale nel referendum del 16 aprile.

Considerando le possibilità offerte dalla cornice dello stato emergenziale, è significativo che tra gli emendamenti costituzionali promossi dall’AKP ci sia anche l’esclusiva attribuzione al Presidente della Repubblica della facoltà di proclamare lo “stato straordinario”, senza dover consultare il Consiglio dei Ministri. Il caso turco risulta così particolarmente esemplificativo della definizione schmittiana di sovranità come capacità di decidere sullo stato di eccezione (e sulla sua normalizzazione).

Tuttavia, lungi dall’essere un provvedimento ormai consuetudinario per l’AKP, il ricorso allo stato di eccezione è una costante nella storia politica della Repubblica Turca: recentemente, esso era rimasto in vigore fino al 2002 per ben ventiquattro anni consecutivi nelle regioni del sud-est travagliate dalla lotta curda. La prolungata sospensione della legge legata allo stato di emergenza, più che rispondere alle immediate esigenze amministrativo-legali provocate da eventi anomali, ha l’effetto di creare un clima di crisi continua e di rendere ordinarie le condizioni di straordinarietà. Lo stato di emergenza, in questo senso, è una caratteristica fondamentale dell’autoritarismo turco che, se in passato era legato al peso e all’intervento dei militari nella vita politica, è incarnato oggi da un governo civile democraticamente eletto.

Il persistente stato di eccezione e il sistema presidenziale che verrà adottato in Turchia a partire dal 2019 rappresentano dunque il tentativo estremo di routinizzare le condizioni di emergenza, invocate abitualmente dalle autorità turche come mezzo necessario per preservare lo Stato e – in definitiva – il proprio potere. Il regime personalistico di Erdoğan, con la repressione definitiva delle opposizioni, è l’ultima versione di quell’autoritarismo strutturale che affligge lo Stato turco sin dal golpe militare del 1980, l’anno zero di un processo di riorganizzazione della Repubblica estremamente simile a quello in corso.

Questa trasformazione dello stato di emergenza in stato emergenziale, allo stesso tempo, è la fonte e la garanzia di continuità per quello che uno studioso turco ha definito “regime di golpe continuo“, in cui le crisi vengono gestite come strumento di egemonia politica e le situazioni straordinarie diventano la normalità della vita collettiva. Ed è forse questa anche la maggiore minaccia al futuro di Erdoğan.

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