La Turchia sta diventando un Leviatano islamico?

Alcuni giorni fa, il quotidiano turco Hürriyet ha riportato le parole di Alpaslan Durmuş, funzionario del Ministero dell’Istruzione, che ha presentato il curriculum scolastico nazionale. Il nuovo programma prevede tra le altre cose che a partire dal 2019 (data in cui dovrebbe entrare in vigore anche il nuovo sistema presidenziale) l’insegnamento di “Origine della vita ed evoluzione” venga rimosso dalle classi di biologia nella scuola superiore e affrontato soltanto all’università. Allo stesso tempo, la lezione su “Religione e moralità”, non obbligatoria, potrà essere scelta dagli studenti sin dal primo anno. L’eliminazione della teoria evoluzionista – definita da Durmuş “controversa” e di difficile comprensione per gli studenti – ha suscitato le proteste delle componenti secolariste della società turca. L’istruzione, d’altra parte, è da sempre il nodo cruciale del conflitto tra le forze laiche e quelle islamiche: non a caso uno dei maggiori sforzi delle riforme kemaliste ha riguardato la laicizzazione dell’istruzione.

A distanza di quindici anni dalla sua ascesa, gli ormai numerosi e consistenti interventi dell’AKP sul sistema educativo spingono a interrogarsi sul suo presunto progetto di islamizzazione della società e sul pericolo che il Paese stia diventando un «Leviatano islamico». Per comprendere la rilevanza storica del fattore religioso in Turchia, bisogna considerare che l’Islam è stato un elemento determinante nella formulazione dell’identità nazionale e che – come ha notato lo storico Erik J. Zürcher – la guerra di indipendenza stessa è stata alimentata dal nazionalismo musulmano: la Turchia, in effetti, ha potuto pensarsi come Stato-nazione soltanto nel momento storico in cui è diventata un territorio abitato da una maggioranza musulmana. Zürcher ha anche ricordato che la strumentalizzazione dell’Islam è una costante nella storia turca sin dall’epoca ottomana.

Dopo la fondazione della Repubblica, è stato sì adottato il principio del laicismo, ma in un’accezione prettamente turca, che consiste nel controllo da parte dello Stato della sfera religiosa piuttosto che nella loro reciproca separazione. In un certo senso, lo Stato turco ha promosso quindi una riforma dell’Islam, adottando una religione ufficiale: l’Islam sunnita ortodosso. Anche a causa di questo paradosso, la repressione da parte del regime kemalista delle confraternite mistiche e dei movimenti religiosi popolari non ha avuto effetti duraturi. L’Islam, respinto dall’élite post-coloniale kemalista, ha gradualmente riaffermato il suo potenziale politico grazie alle congiunture domestiche e al sostegno statunitense in funzione anti-comunista.

A partire dagli anni Settanta – quando si è manifestata quella che Gilles Kepel definisce “la rivincita di Dio” – le comunità religiose come quella di Gülen si sono diffuse proprio offrendo servizi nel campo dell’educazione. Si è così avviato un processo di re-islamizzazione dal basso in cui la nascita dell’AKP, una forza originariamente democratico-conservatrice e musulmana moderata, ha incarnato un modello di liberalismo islamico, di cui però le Primavere Arabe – e la deriva autoritaria del partito di Erdoğan – hanno ormai dimostrato il fallimento.

Vali Nasr ha parlato di tre modelli di interazione tra Stato e Islam, applicabili anche al caso turco. Si sono infatti susseguiti un periodo di laicismo oppositivo, manifestato dal regime kemalista e, più recentemente, dal golpe post-moderno del 1997; una fase di islamizzazione opportunistica, in cui lo Stato si è accomodato all’ispirazione e alla retorica islamica allo scopo di stabilizzare il sistema, senza però intaccarne i fondamenti (un tentativo condotto dalla giunta del 1980 attraverso l’ideologia della “sintesi turco-islamica”). Infine, l’islamizzazione organica, che sembra l’opzione attualmente adottata dall’AKP per superare la sua profonda crisi politica. In questo modello di potere, i valori islamici vengono assunti come ideologia nazionale integratrice, sia per rafforzare l’autorità statale che per controllare le spinte fondamentaliste. Tuttavia, il carattere intrinsecamente universalista e anti-secolarista dell’islamismo, unito alla debolezza strutturale delle istituzioni turche, rischia alla lunga di destabilizzare ulteriormente lo Stato e di far emergere proprio quell’Islam radicale e anti-sistema con il quale l’AKP ha già intrattenuto rapporti ambigui in Siria.

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