La complessità della questione curda e le relazioni con la Turchia

La definizione di popolo senza Stato ricorre sovente per i Curdi. Essi vivono in una regione, il Kurdistan, mai riconosciuta ufficialmente – ad esclusione di brevi periodi – e tuttora ripartita su quattro Paesi.

Ad oggi, con i suoi 25 milioni di individui sparsi tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, il popolo curdo rappresenta la più grande nazione al mondo priva di una propria entità statale.

In Turchia, i Curdi costituiscono circa un quarto della popolazione e vivono a sud della penisola anatolica, una zona montuosa e arretrata sia economicamente che a livello di sanità ed istruzione. Rispetto agli altri Paesi in cui si estende la regione del Kurdistan, la Turchia è forse quello in cui maggiori sono le differenze socio-economiche tra i Curdi e il resto della popolazione e nel quale le discriminazioni nei confronti di tale minoranza sono maggiormente sentite e violente. I turchi si rifiutano infatti di riconoscere l’esistenza di questo popolo, a tal punto che lo stesso termine “curdo” è stato sostituito con turco della montagna, in riferimento alla zona montuosa in cui si estende la regione.

Le radici del violento scontro curdi-turchi, che infiamma ancora oggi, risalgono però alla fine della prima guerra mondiale, periodo di massima affermazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli: di fronte alle crescenti richieste indipendentiste curde, i turchi reagiscono con una politica di repressione, causando violenti scontri. Tale clima di instabilità continua fino ai giorni nostri, dal momento che ancor oggi, nonostante le promesse di apertura di Erdoğan, i partiti di matrice curda sono vietati dalla Costituzione turca, privando tale popolo di una rappresentanza politica.

Breve storia dei Curdi in Turchia

Ai fini della nostra ricerca, prendiamo in esame la storia del popolo curdo a partire dalla sua islamizzazione, avvenuta nel VII secolo, che lo rende parte integrante della storia dell’impero islamico prima e di quello ottomano poi. Divisi in emirati semi-indipendenti, i Curdi giungono persino a regnare sul Medio Oriente arabo tra il 1169 e il 1250, con personaggi di spicco, tra i quali il più illustre è Saladino. Più tardi, nel XVI secolo, essi si alleano contro la Persia a fianco del sultano ottomano Selim I, il quale, in cambio, si impegna a riconoscere uno stato curdo; la promessa tuttavia non viene mantenuta e, in seguito alla battaglia di Cialdiran del 15144, il Kurdistan viene diviso tra impero ottomano e Iran dei Safavidi: una divisione poi formalizzata nel 1639 con il trattato di Zuhab o Qasr-i-Shirin, che perdura sostanzialmente fino al Novecento.

Nel XIX secolo quasi tutto il territorio dei Curdi passa sotto il controllo ottomano ed essi subiscono la politica repressiva attuata dai turchi nei confronti dei popoli conquistati. Nel 1920, dopo la fine della prima guerra mondiale e la sconfitta dell’impero ottomano da parte degli Alleati, viene siglato il trattato di Sèvres, che determina, de facto, la fine dell’impero e il conseguente smembramento in nuovi territori; tale trattato si contraddistingue inoltre per la tutela nei confronti delle minoranze nazionali, prime fra tutte i Curdi e gli Armeni, tanto che, agli articoli 62 e 64 prevede, per la prima volta nella storia, la creazione del Kurdistan indipendente all’interno dei confini stabiliti dalla Società delle Nazioni. Tale trattato – in realtà mai entrato in vigore, a causa dell’abolizione del Parlamento ottomano che avrebbe dovuto ratificarlo – viene profondamente osteggiato da Mustafa Kemal, il vincitore della guerra di indipendenza turca, combattutasi tra il 1920 e il 1923, il quale convince gli ex Alleati a tornare al tavolo delle trattative e a siglare un nuovo accordo, il trattato di Losanna del 1923.

Esso, tuttavia, tradisce le aspettative curde, cancellando completamente i diritti che erano stati concessi alle due minoranze: da questo momento, il Kurdistan viene nuovamente smembrato tra gli Stati-nazione e i Curdi divengono una minoranza turca. In seguito a tali eventi, i rapporti tra Curdi e Turchia si inaspriscono sempre di più, causando, da un lato, una serie di violente rivolte popolari curde contro il governo di Ankara e, dall’altro, l’inasprimento della lotta contro l’irredentismo curdo, che porta nel 1937 alla definitiva spartizione del Kurdistan tra Turchia, Iraq, Iran e Afghanistan. Dopo gli avvenimenti intercorsi dal 1990 al 2003 in Iraq, conclusi con la caduta del regime di Saddam Hussein, il governo americano si dimostra favorevole alla creazione di una regione indipendente curda, sperando di veder sorgere in quel territorio un governo filoamericano. Anche in questo caso, è la Turchia ad opporsi, temendo che tale concessione possa comportare insurrezioni anche nella propria regione.

Unione Europea, Turchia e minoranza curda

Dalla metà del 2015, tra la minoranza curda e il governo turco è in corso una guerra civile strisciante, iniziata in seguito al fallimento del processo di pace, avviato nel 2013: il PKK – il Partito dei Lavoratori del Kurdistan – ordisce continuamente attentati terroristici contro il governo di Ankara, che persevera nel negare ai Curdi il riconoscimento dell’indipendenza della regione e la liberazione dei prigionieri politici.

Nel 2013, il governo di Ankara si era mostrato propenso ad avviare una politica di democratizzazione nel paese, al fine di promuovere la libertà e il dialogo tra le parti; in quell’anno tra le riforme promosse da tale progetto di legge, molte riguardavano la minoranza curda, alla quale venivano concessi l’insegnamento del curdo nelle scuole private, l’utilizzo di tre lettere prima vietate, in quanto non esistenti in turco (w, q e x), e una limitata programmazione televisiva, sempre però supervisionata dal governo centrale. Tutte queste riforme hanno rappresentato una novità.

L’importanza politica e sociale di questi cambiamenti è lampante se si considera la centralità dell’elemento linguistico nel conflitto fra curdi e turchi. La repressione dell’etnia curda – operata dalla classe dirigente turca fino a qualche decennio fa – si è giocata in gran parte sul piano linguistico. Si è infatti assistito a una cancellazione progressiva delle radici linguistiche del popolo curdo.

Sempre nello stesso anno viene avviato il cosiddetto processo di Imrali, un negoziato dal titolo L’Unione Europea, la Turchia e i Curdi, per la risoluzione pacifica della questione curda, svoltosi nella sede del Parlamento europeo nel dicembre 2013 tra il presidente turco Erdoğan e il leader del PKK Abdullah Öcalan; inoltre, viene proclamato un cessate il fuoco accettato da entrambe le parti.

La temporanea tregua inizia, però, a vacillare a seguito della guerra scoppiata in Siria: in tale occasione i Curdi siriani operano in prima linea per combattere lo Stato Islamico e la Turchia, temendo che il potere acquisito dai Curdi in una regione possa causare disordini anche nella propria, ordina, alla fine del 2013, la costruzione di un muro tra le due regioni curde, un muro che, secondo la versione ufficiale di Ankara, avrebbe contribuito ad impedire l’ingresso di terroristi nel Paese. Tale motivazione, già profondamente criticata dai Curdi della Turchia, perde definitivamente credibilità a seguito dei bombardamenti turchi contro i Curdi siriani, giustificati questa volta dalla partecipazione alla lotta contro l’IS.

L’insofferenza curda nei confronti dei limitati diritti concessi alla propria minoranza e delle azioni violente compiute contro i propri fratelli siriani, porta ben presto alla minaccia da parte dei leader del PKK di una guerra civile totale e al conseguente incremento delle azioni di guerriglia nel Paese, alle quali assistiamo ormai quasi quotidianamente.

Conclusione

Le controversie tra il popolo curdo e i turchi nascono a causa di profonde differenze etniche ed identitarie tra i due popoli, esasperate dalla politica di panturchizzazione, un processo di nazionalizzazione inserito nella Costituzione e divenuto fondamento dello Stato. Oltre a ciò, possiamo affermare che le autorità turche non sono state probabilmente in grado di trattare la questione da un punto di vista politico e socio-economico, relegandola ad un problema di sicurezza nazionale. Di conseguenza, il popolo curdo, oltre a vedersi negata l’indipendenza politica, ha assistito impotente per decenni alla “sistematica cancellazione delle (proprie) radici culturali e linguistiche”.

Anche in epoca recente, le aperture di Ankara nei confronti dei curdi si sono rivelate una mera strategia politica, più concentrata ad attirare consensi a livello nazionale, oltre che a favorire il processo di adesione all’Unione Europea, che a garantire alla minoranza veri e propri diritti e libertà.

L’Unione Europea, dal canto suo, ha avallato tale strategia turca, credendo alle giustificazioni ufficiali di Ankara in materia di scontri con i Curdi, in quanto interessata a far rispettare l’intesa sui migranti raggiunta il 18 marzo 2016. Secondo tale intesa, infatti, l’UE avrebbe la possibilità di salvare il trattato di Schengen, garantendo in cambio alla Turchia la riapertura del processo di adesione all’Unione e un aiuto finanziario di oltre 6 miliardi di euro per trattenere in loco la massa migratoria proveniente dalla regione mediorientale. Tale accordo potenzierebbe altresì la lotta all’immigrazione irregolare, attraverso l’apertura di canali ufficiali per giungere in Europa. Si tratta di obiettivi nobili, che trascurano però, ancora una volta, i diritti del popolo curdo.

1 Comment

  1. […] isolato”, si sta affermando come potenza regionale, sia in Iraq che in Siria. Infine, la questione curda: i curdi hanno combattuto contro l’Isis e al Qaeda sia in Iraq che in Siria, rafforzando sia […]

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