Qualche giorno fa parlavamo della possibilità di un nuovo colpo di stato in Turchia. Il punto centrale del discorso è che ci avviciniamo a un appuntamento cruciale per la politica turca: domenica 16 aprile gli elettori parteciperanno al referendum per confermare le riforme costituzionali voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan.

In totale si tratta di 18 modifiche alla Costituzione del 1982: è già stata emendata 17 volte e in tre occasioni c’è stato un referendum popolare per confermare le modifiche. Questa volta però è diverso. Innanzitutto il voto è la prova che serve a confermare la leadership di Erdoğan nel paese: infatti il nuovo sistema è fortemente presidenziale. Gli emendamenti potenziano molto il ruolo del Presidente della Repubblica: gli atti presidenziali avranno la priorità sulle leggi parlamentari e diventa più complicato per l’assemblea opporsi a un veto presidenziale. Non da ultimo, la figura del primo ministro verrà abolita. Nonostante una certa narrazione dei quotidiani fuori dalla Turchia  – motivata dal comportamento abbastanza populista di Erdoğan degli ultimi mesi –  l’elettorato è molto diviso (ricorda qualcosa?). Anche se è abbastanza difficile fare delle comparazioni, il no al momento è dato al 52%, con un vantaggio scarso sul sì. Siamo quasi all’errore statistico, cioè non è possibile immaginare una netta vittoria di una parte sull’altra.

Arriviamo così al secondo punto di questo referendum. Queste proposte di riforma hanno origine nel 2005 e sono l’obiettivo di Erdoğan da diverso tempo. Alle elezioni parlamentari del giugno 2015 il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), guidato da Erdoğan e al potere dal 2002 senza interruzioni, non aveva ottenuto la maggioranza necessaria della Grande Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale turco), impedendo di fatto l’approvazione delle riforme nel passaggio parlamentare. L’impossibilità di formare un governo, grazie all’ostruzionismo dell’AKP, ha portato a nuove elezioni a novembre e ad una maggioranza più ampia, nettamente a favore del presidente e delle sue riforme. Non c’è molto da malignare, perché succede spesso anche in Europa: l’ultimo che mi viene in mente è il caso spagnolo. Queste riforme hanno avuto un’accelerazione dopo il colpo di stato dell’estate scorsa. Può essere di aiuto lo spot elettorale che in Turchia sostiene i favorevoli alle modifiche costituzionali.

Il video è abbastanza chiaro. Un uomo sinistro fa cadere la bandiera turca da un pennone altissimo (ricorda quella enorme a Taksim Meydanı a Istanbul, ma ce ne sono ovunque in Turchia). Persone comuni — studenti, casalinghe, agricoltori, anziani — osservano l’ombra della bandiera che cade sul paese: un neanche troppo vago riferimento al tentato golpe di luglio. Poco dopo migliaia di persone iniziano a correre verso il pennone, dove formano una piramide umana per riportare la bandiera in alto. In sottofondo, il presidente Erdoğan recita alcune strofe di İstiklâl Marşı (marcia dell’indipendenza), l’inno nazionale turco. Per capire il valore che ha nella simbologia nazionale, il testo dell’inno è appeso nelle aule scolastiche insieme alla bandiera e al ritratto del padre fondatore Atatürk. Tradizione vuole che fosse la poesia recitata dai combattenti turchi durante la guerra d’indipendenza tra 1919 e 1922 per evitare che l’Anatolia fosse spartita tra le potenze europee, come deciso a Sèvres.

Il significato simbolico di questo referendum è chiarissimo. Per Erdoğan è la reazione alle “potenze occidentali” che cercano di mettere le mani sul paese (la stessa retorica utilizzata nei giorni successi al golpe): l’inno si riferiva all’Europa di inizio XX secolo che voleva colonizzare la penisola turca, oggi i nuovi nemici sono gli Stati Uniti che ospitano Fethullah Gülen (senza estradarlo) e l’Unione Europea che critica i provvedimenti autoritari del governo turco. In Italia abbiamo assistito a uno scontro massimale su un referendum costituzionale che ha portato alle dimissioni del Presidente del Consiglio e a un piccolo rimpasto dell’esecutivo. Dubito che in Turchia succeda lo stesso se l’esito del referendum sarà negativo.

FOTOIstanbul, loiez Deniel/Flickr (CC BY 2.0)
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È laureato in Relazioni Internazionali a Torino, ha studiato alla Bilgi University di Istanbul e ha lavorato per l'ICE in Egitto. Si occupa di Islam politico e di economia politica internazionale. Per il CSIC è responsabile del programma Medio Oriente.