Sistemi di regolamentazione e vigilanza sulla finanza islamica

Le istituzioni finanziarie islamiche hanno sviluppato una serie di strumenti basati sulla sharīʿa. Rispetto all’economia tradizionale – in senso occidentale – quelle musulmane estendono gli scopi del proprio operato includendo anche uno spirito morale altrimenti inesistente. L’intermediazione in senso islamico è intesa dando un’importanza determinante al rapporto con il cliente. Le relazioni contrattuali sharīʿa-compliant sottintendono un’attenzione determinante nei confronti del profilo di rischio in ogni momento. Dunque lo spirito etico-religioso e la condivisione dei rischi dovrebbero evitare la necessità di un sistema di vigilanza all’interno del sistema finanziario d’ispirazione islamica.

In realtà le caratteristiche operative della stessa finanza islamica mostrano notevoli somiglianze con la finanza tradizionale. Inoltre esistono anche rischi specifici: il displaced commercial risk e il rischio fiduciario sul mancato rispetto dei precetti religiosi. Sembra evidente la necessità di un sistema di regolamentazione che sovrintenda alle attività finanziarie utilizzando i riferimenti morali dell’Islam. Questo lavoro cerca di mettere in evidenza la necessità di un sistema di sorveglianza nel mondo islamico, definendo gli approcci teorici sulle ipotesi di regolamentazione, quali sono i sistemi di vigilanza in essere e alcuni casi di studio che permettano di rilevare l’esistenza o meno di sistemi inclusivi nelle economie più avanzate.

Alcune ipotesi di regolamentazione

Da un punto di vista teorico non esiste ancora comunanza d’intenti sul modo in cui gli enti preposti possono svolgere il proprio ruolo di sorveglianza sulle banche islamiche. La difficoltà principale è legata alla necessità di coniugare le attività comuni di un istituto d’intermediazione finanziaria con le esigenze del dogma religioso.

Le tre ipotesi principali sono l’assimilazione, il modello a doppia finestra e l’isolamento. Queste tre ipotesi differiscono in base ala gestione della liquidità in relazione alle attività interne. La prima ipotesi è l’assimilazione, ossia la gestione comune dei depositi partecipativi al capitale azionario (per includerli nei coefficienti patrimoniali). Le banche islamiche non seguono questo modello: chi partecipa ai depositi non ha influenza sulla gestione della banca e non si tratta di un patrimonio stabile. Infatti le banche soffrono la possibilità dei titolari di ritirare i fondi a determinate scadenze (displaced commercial risk). Per contrastare questo rischio, le banche islamiche utilizzano alcune riserve dedicate (PEF, IRR) per compensare i titolari di depositi partecipativi.

La seconda ipotesi è il two windows model. Il modello prevede la possibilità di destinare i depositi partecipativi a copertura degli investimenti con contratti partecipativi. Il bilancio si può dividere in due sezioni: la prima con passivo dei depositi partecipativi e attivo dei contratti partecipativi, spostando i rischi sulla seconda (depositi non partecipativi e operazioni di vendita e locazione). Alcune istituzioni internazionali propongono di dividere a metà i rischi tra azionisti e titolari di depositi partecipativi, nel cosiddetto sistema ibrido. La terza ipotesi è l’isolamento: in questo modo si isolano i depositi partecipativi dagli altri prodotti di rischio, dedicandoli solo a impieghi partecipativi. I depositi partecipativi possono essere considerati come patrimoni affidati in gestione (anche se impedisce l’integrazione delle banche islamiche). Questo modello è praticato soprattutto nel Regno Unito: infatti è meglio praticabile in un sistema misto.

A cosa serve un sistema di vigilanza

La finanza islamica di fatto gestisce le transazioni economiche che fanno riferimento alla sola economia reale, senza interagire con attività senza un fine positivo per la società. Per questa ragione i prodotti finanziari islamici offrono una serie di opzioni per differenti gruppi sociali. Oltre alle necessità tradizionali delle istituzioni bancarie, i servizi si rivolgono a piccole e medie imprese. Ciò chiarisce l’attenzione dell’economia islamica per il microcredito e i servizi alla persona. Questo tipo di economia è dunque orientato verso la comunità e le imprese, con particolare attenzione alla produzione quantitativa e all’espansione dei servizi. Il ruolo sociale delle istituzioni finanziarie islamiche è evidente, pur nella sua dimensione minoritaria all’interno delle economie nazionali in Medio Oriente.

Tuttavia, bisogna analizzare nel dettaglio il rischio sistemico e le sue relazioni con la finanza islamica per capire in che modo può operare un sistema di vigilanza. È noto che il rischio sistemico è la possibilità di accumulare perdite in seguito a un’inadempienza o un’insolvenza che a sua volta provoca una serie di perdite sequenziali nel sistema. Le crisi sistemiche sono state numerose nell’ultimo secolo e si sono intensificate dagli anni ’70 fino a oggi. Gli studi sull’argomento identificano tre argomenti principali sulle conseguenze di una crisi di liquidità sull’intero sistema economico: la fragilità della singola banca, i collegamenti sistematici tra gli operatori, la difficoltà nel distinguere le banche in condizioni critiche da quelle sane. Questi tre fattori amplificano gli effetti di un evento minimo attraverso diversi meccanismi di propagazione, resi evidenti durante l’ultima crisi del 2008 legata ai mutui subprime statunitensi.

Gli istituti bancari, infatti, vendono le proprie risorse in modo massiccio per ottenere la liquidità necessaria per soddisfare le esigenze degli investitori e per ristabilire i capital riots corretti all’interno dei propri bilanci. All’inizio della crisi la leva finanziaria ha ridotto di molto il capitale delle banche, che hanno dovuto scegliere una soluzione con cui ristabilirsi. Le banche potevano reperire nuovi capitali da investitori esterni oppure diminuire i propri bilanci – il cosiddetto deleverage – vendendo risorse e riducendo i prestiti erogati. Tuttavia il funding liquidity risk e il market liquidity risk impedivano di optare per una di queste soluzioni. Nel primo caso gli investitori erano restii a offrire i propri capitali alle banche, determinando a loro volta la difficoltà degli stessi istituti finanziari di prestare denaro tra loro. Nel secondo caso le banche hanno dovuto disinvestire cedendo a prezzi fire sale i propri asset, riducendo così il valore nominale di queste risorse e indebolendo ancora di più il capitale. Il taglio del credito, sia in entrata sia in uscita, ha determinano la propagazione della crisi all’intero sistema.

L’ampiezza di questa propagazione è determinata dalla grandezza delle tre condizioni indicate in precedenza. L’assenza, oppure la presenza minima, di tutto ciò nel sistema finanziario islamico implica la resilienza delle banche sharīʿa-compliant rispetto alle crisi economiche globali. Il sistema finanziario islamico ha, infatti, delle banche molto solide grazie ai conti di investimento partecipativi muḍārabah, che dunque rendono partecipi gli operatori anche nei fondi interbancari e consentono di distinguersi facilmente rispetto alle banche insolventi.

La vigilanza interbancaria

Come si è illustrato nel paragrafo precedente, l’economia islamica possiede una dimensione morale che dovrebbe impedire i rischi tradizionali. Al contrario, il suo orientamento religioso richiede una forma ulteriore di sorveglianza in termini esclusivamente etici. Nonostante un forte senso di appartenenza comunitaria, ancora oggi non esiste un’autorità centrale che sovrintenda alle attività economiche islamiche sul piano internazionale. Le prime organizzazioni internazionali in materia – la Banca Islamica per lo Sviluppo e l’Accademia di Diritto dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica – aveva il solo scopo di promuovere lo sviluppo economico nei paesi della umma islamica, senza implementare degli standard di settore allo scopo di uniformare, anche in senso etico, le attività finanziarie. Dagli anni ’90, in seguito ad una esigenza sempre maggiore, sono nati alcuni organismi con il compito di offrire basi comuni per la finanza sharīʿa-compliant.

Il primo è l’Accounting and Auditing Organization for Islamic Financial Institutions (AAOIFI), che ha sede nel Bahrain e si occupa in particolare di revisione contabile e contabilità in generale. Il secondo è l’Islamic Financial and Services Board (IFSB) è stato fondato nel 2002 in Malaysia, con funzioni simili ad altri enti come il Comitato di Basilea, IOSCO e IAIS. L’obiettivo statutario dell’ente è di proporre principi e raccomandazioni in materia di finanza e assicurazioni, oltre allo sviluppo di servizi trasparenti e prudenti in base alle indicazioni dei principi sciaraitici. L’istituzione introduce nuovi standard o adatta quelli convenzionali, ma non ha alcun potere autoritativo. I suoi ambiti principali di sorveglianza – di cui si tratterà in dettaglio – sono la vigilanza prudenziale, l’adeguatezza patrimoniale, il governo societario e la trasparenza. Altre funzioni di competenza sono anche la vigilanza sul risk management, agenzie di valutazione e il mercato monetario.

Il concetto di vigilanza prudenziale fu introdotto con l’Accordo di Basilea nel 1988. Il rischio e l’insolvenza possono diminuire quando gli istituti finanziari si adeguano a determinati standard di capitale e altri coefficienti di bilancio. I contratti (muḍārabah e mushārakah) e i depositi partecipativi assorbono le possibili perdite di gestione. In realtà molti prodotti islamici sono simili a quelli tradizionali. Per esempio i depositi partecipativi chiusi hanno caratteristiche simili alle gestioni patrimoniali, ma la struttura è differente: la banca islamica non deve distinguere i propri fondi da quelli del cliente. L’adeguatezza patrimoniale è presente nelle linee guida dell’IFSB del dicembre 2005, con elementi simili al primo pilastro dell’Accordo di Basilea II. Il coefficiente di solvibilità (solvency ratio), ossia il rapporto tra capitale e attività ponderate per il rischio, è dell’8 per cento.

L’IFSB ha determinato anche il rischio di credito, ammettendo il ricordo a rating esterni, e il rischio di mercato. Il capital charge previsto è del 15 per cento della media del reddito lordo annuo degli ultimi tre anni. Il governo societario è previsto dal dicembre 2006 dalle linee guida dell’IFSB, che riprende le elaborazioni del Comitato di Basilea e dell’OCSE. La costituzione di un comitato (governance committee) è utile a tutelare gli stakeholders non azionisti, soprattutto i titolari di depositi partecipativi. Al suo interno dovrebbero partecipare membri del consiglio di amministrazione, dello sharīʿah board, dell’audit committee e altre parti indipendenti. I titolari di depositi partecipativi devono avere la possibilità di monitorare l’andamento degli investimenti e di ottenere un’informazione ampia e completa delle caratteristiche del rapporto e la natura dell’investimento (fatawā). La trasparenza è il sentimento meno pressante nella finanza islamica, poiché si presuppone un comportamento equo e solidale dell’istituto finanziario. Negli ultimi anni i clienti hanno preteso maggiori garanzie di rispetto della sharīʿah e dei suoi principi. Pur mancando una standardizzazione a livello internazionale, nei singoli paesi gli sharīʿah boards possono garantire il rispetto dei precetti religiosi. In particolare si fa riferimento alle linee guida dell’IFSB del 2007 e ai core principles IOSCO del 2008.

Alcuni case studies

Si cercherà di delineare brevemente due esempi prossimi ma assai differenti in relazione alla capacitò inclusiva di due economie avanzate – Regno Unito e Italia – rispetto alla finanza islamica e la sua supervisione. Il Regno Unito è la realtà occidentale con migliore accesso alla finanza islamica: nel paese esistono quindici banche autorizzate per circa tre milioni di musulmani. Si è preferito un approccio pragmatico: no obstacles, but no special favours. I principali adempimenti richiesti dalla Financial Services Authority sono l’adeguata capitalizzazione, risorse umane qualificate, un sistema efficace di controllo interno, nonché condizioni di competenza e onorabilità. In particolare viene richiesta la trasparenza per i consumatori. Tuttavia, la condivisione del rischio esclude forme di assicurazione. In realtà le condizioni generali di controllo consentono di accedere al fondo di garanzia dei depositi, pur se non conforme alla legge coranica.

L’Italia al contrario non ospita alcuna banca islamica. Le banche islamiche non raccolgono depositi e non erogano prestiti, ma l’ordinamento italiano consente anche altre categorie di intermediari (TUB, art. 10). La sorveglianza è affidata alla Banca d’Italia (TUB, art. 5), la cui vigilanza prudenziale sarebbe sul patrimonio, sul governo societario e sul controllo interno. In Italia è possibile aprire una banca come nuova entità (sentito il parere del Ministero degli Affari Esteri), come filiale di una banca europea (previa consultazione preventiva della Banca d’Italia), oppure come succursale di una banca extracomunitaria (con notifica al paese d’origine). Oltre a ciò, la banca islamica deve concedere anche una garanzia per i depositi (TUB, art. 96); anche in Malaysia è presente una forma di indennizzo per i depositanti, poiché si riconosce la negligence della gestione bancaria. In Italia persistono le stesse esigenze delle banche islamiche nel Regno Unito: trasparenza per gli investitori e utenza poco familiare con questi prodotti finanziari.

Considerazioni finali

In conclusione, è chiaro che i rischi sistemici sono inferiori nel sistema finanziario islamico rispetto a quello tradizionale. Tuttavia, anche nelle repubbliche islamiche, è molto raro l’utilizzo esclusivo di questi strumenti finanziari, probabilmente perché meno integrati a livello globale. La minore integrazione consente agli istituti finanziari sharīʿa-compliant di resistere alle crisi sistemiche, ma al tempo stesso precludono ogni possibilità di sviluppo. La sorveglianza interbancaria, infatti, si sposta dal rischio sistemico al rischio morale, agendo in un campo d’interesse totalmente estraneo agli operatori tradizionali, se non in casi piuttosto marginali. L’assenza di una struttura condivisa a livello regionale nel mondo arabo-islamico si deve con ogni probabilità all’assenza di una visione comune dell’etica finanziaria.

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