Yemen: una via d’uscita è possibile?

[:it]Lo scorso 18 ottobre, dopo aver ricevuto promesse di impegno da parte di tutte le parti coinvolte, l’ONU ha annunciato di aver concordato il rinnovo di 72 ore di cessate il fuoco per fermare le ostilità in Yemen, che sarebbe entrato in vigore a partire dal 19 ottobre. Salutata con plauso dagli Stati Uniti, la tregua era stata richiesta da tutte le fazioni belligeranti “al fine di implementare una battuta d’arresto completa ed esauriente di qualsiasi tipo di attività militare e contribuire a facilitare la fornitura di assistenza umanitaria agli yemeniti in tutto il paese”. Inizialmente, la notizia ha corrisposto le aspettative della comunità internazionale sul fatto che una completa cessazione delle ostilità fosse finalmente in vista, ma, ben presto, la continua violenza ha dimostrato che la tregua fosse niente più che un’illusione, poiché sia l’alleanza Houthi-Saleh sia quella della coalizione a guida arabo-saudita si accusavano a vicenda della violazione del cessate il fuoco. Oltre a questo, la crisi umanitaria continua ad aggravarsi con milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria immediata per coprire i loro bisogni di base.

Tali sviluppi negativi e la sempre incombente divisione permanente del paese non solo richiedono una maggiore quantità di attenzione ma, in ultima analisi, essi indicano la necessità di una strategia più realistica dal momento che tutte le consultazioni hanno lo scopo di produrre risultati positivi e che la comunità internazionale vuole evitare la creazione di un’altra Siria nel Golfo. Come sarà questa strategia più realistica? Nonostante la complessità della situazione, ci sono alcuni fattori che dovremmo tenere a mente.

In primo luogo, anche se ogni negoziato di pace viene apparentemente rispettato, dovremmo aspettarci che qualsiasi potenziale nuovo cessate il fuoco venga violato, in una certa misura. La ragione di questo è duplice: in primo luogo, la memoria dei precedenti colloqui di pace lascia poco spazio per un eccesso di ottimismo sul fatto che la violenza si arresti completamente nel momento in le fazioni belligeranti raggiungono un nuovo accordo di pace. In secondo luogo, le parti in conflitto sono diametralmente diverse. Da una parte abbiamo l’Arabia Saudita, punta di diamante della coalizione araba, uno Stato con un esercito a tutti gli effetti, un’intelligence efficiente e un sufficiente controllo delle sue forze militari. Al contrario, quando parliamo degli Houthi e delle forze pro-Saleh, ci stiamo praticamente riferendo ad un attore non statale composto da milizie di terra, la cui credibilità come interlocutori è sempre impugnabile.

Date queste premesse, ci sono due lezioni da imparare. La prima: sarebbe imprudente presumere che entrambe le parti rispettino i termini concordati in una potenziale nuova tregua esattamente allo stesso modo. La seconda: è problematico per la comunità internazionale equiparare le azioni dell’Arabia Saudita a quelle Houthi. Come sottolinea Sultan Barakat, “gli Houthi sono molto eterogenei nei loro canali di comunicazione, nelle gerarchie, nella capacità di trasmettere gli ordini del cessate il fuoco da una parte all’altra e, per questo motivo, non si può tracciare veramente il responsabile di ogni singola violazione”.

Un approccio più realistico nei confronti della crisi yemenita comporterebbe anche una diversificazione nelle posizioni, profondamente interconnesse, di Iran e Stati Uniti, soprattutto in quanto l’Arabia Saudita e gli Houthi sembrano adottare posizioni molto rigide sull’argomento, come sottolineano i commenti di Gerald M. Feierstein. Il ruolo dell’Iran è ambiguo. Alcuni commentatori ritraggono Teheran come potenza opportunistica che continua ad approfittare del disordine yemenita al fine di promuovere la propria agenda; vale a dire, a minare una penisola araba stabile e, attraverso una guerra per procura, ad iniettare una minaccia nei confronti della sicurezza meridionale dell’Arabia Saudita. Altri ritengono che il pivot yemenita dell’Iran e la loro assistenza agli Houthi siano trascurabili e notevolmente sovrastimati da Riyadh per giustificare le proprie azioni. Sia che si tratti del primo che del secondo caso, la rivalità saudita-iraniana per la supremazia regionale sembra, in gran parte, alimentare la guerra yemenita stessa. Realisticamente parlando, il campo di battaglia yemenita può essere dissociato dalla rivalità tra Arabia Saudita e Iran per la supremazia regionale? La risposta è forse ed è proprio qui che gli Stati Uniti potrebbero svolgere un ruolo costruttivo. Con i suoi legami tradizionali con lo Yemen e il suo riavvicinamento con l’Iran, gli USA potrebbero divenire la parte terza facilitatrice tra le due potenze, verso l’adozione di posizioni più moderate.

Per Washington, questo a sua volta prevede vari passaggi, che iniziano con la fine della vendita di armi americane a Riyadh. Per il momento, l’Arabia Saudita non dimostra alcuna volontà chiara di fare un passo indietro nella sua campagna di bombardamenti. Tuttavia, oltre la sua dimensione umanitaria, i bombardamenti indiscriminati della coalizione a guida araba hanno effetti collaterali negativi per il fragile equilibrio di potere yemenita nella misura in cui portano alla desertificazione sociale in ampie fasce del Paese creando, in questo modo, terreno fertile per gruppi estremisti come Al-Qaeda e Stato Islamico. Il fatto che l’amministrazione americana abbia spesso lasciato utilizzare la sua influenza per garantire una posizione saudita più ragionevole, pertanto, la rende in parte responsabile non solo della catastrofe umanitaria yemenita, ma anche dell’ulteriore deterioramento di una situazione già complessa sul campo. Sicuramente, il lancio di missili Cruise contro i radar houthi – il primo impegno diretto americano dopo lo scoppio della guerra – non fa pensare un atteggiamento differente da parte degli Stati Uniti. Tuttavia, con la pubblica critica a un crescente appoggio incondizionato all’Arabia ed interi settori dell’establishment statunitense che condannano apertamente le azioni saudite, vi è grande speranza di cambiamento nella strategia americana diverso.

In conclusione, è giunto il momento che tutte le parti che hanno voce in capitolo in Yemen dimostrino la prudenza necessaria e una buona dose di pragmatismo nei tavoli negoziali. Ciò comporterà ovviamente una serie di compromessi o, addirittura, la necessità di modificare tradizionali alleanze. Tuttavia, allo stato attuale, se i prossimi colloqui di pace non riusciranno a produrre un accordo di lunga durata significativa, lo Yemen rischia deragliare ulteriormente e di trasformarsi in un paradiso sicuro per i vari gruppi estremisti.[:en]On October 18, after receiving pledges to commitment from all the involved parties, the U.N announced that a renewable 72-hour ceasefire to halt the hostilities in Yemen had been agreed and would be put into effect as of October 19. Hailed by the U.S, the truce demanded from all the belligerent factions “to implement a full and comprehensive halt to military activities of any kind and help facilitate the delivery of humanitarian assistance to Yemenis across the country”. Initially the news raised expectations in the international community that a complete cessation of hostilities was finally in sight but, soon, the continuing violence proved the truce to be nothing more than an illusion, as both the Houthi-Saleh alliance and the Saudi-led Arab coalition accused each other of violating the ceasefire. On top of that, the humanitarian crisis continues to deepen with millions of people being in need of immediate humanitarian assistance to cover their very basic needs.

Such negative developments and the always looming permanent division of the country do not only necessitate an increased deal of attention. Ultimately, they point to the need of a more realistic strategy if after all consultations are meant to produce any positive outcomes and if the international community wills to avoid another Syria in the Gulf. The question is how this more realistic strategy will look like? The complexities of the situation notwithstanding, there are certain factors we should bear in mind.

First and foremost, although every peace negotiation is apparently welcome, we should expect some relative extent of violation of any potential new ceasefire. The reason for this is twofold: First, the record of the previous peace talks leaves little space for over-optimism that the violence will completely stop when the belligerent factions reach a new peace agreement. Second, the warring parties are diametrically different. That is to say, one the one side we have Saudi Arabia that spearheads the Arab coalition, a state with a fully-fledged army, intelligence and sufficient command and control over its forces. Conversely, when we speak about the Houthis and the pro-Saleh forces, we practically refer to a non-state actor consisting of ground militias whose credibility as interlocutors is at least contested. In this understanding, there are two lessons to be learned. First, that it would be imprudent to assume that both parties will abide by the agreed terms of a potential new truce in the exactly same manner; and second, that it is evenly problematic for the international community, Saudi Arabia in particular, to equate Saudi and Houthi actions. As Sultan Barakat points out “Houthis have very different communication channels, hierarchies, ability to pass on the ceasefire orders from one side to the other, so you can’t really hold them responsible for every single violation”.

A more realistic approach towards the Yemeni crisis would also entail a diversification in the deeply interrelated postures of Iran and the U.S, especially inasmuch Saudi Arabia and the Houthis appear to adopt more inflexible stances than ever, as Gerald M. Feierstein comments. Iran’s role is ambiguous. Some portray Tehran as utilitarian power that continues to take advantage of the Yemeni disarray in order to promote its own agenda; that is, to undermine a stable Arab Peninsula and, through its proxy, to inject a security threat in Saudi Arabia’s southern backyard. For some others, Iran’s foothold and assistance to Houthis in Yemen are negligible and vastly exaggerated by Riyadh to justify its own actions. Be it the first or the second case, the Saudi-Iranian rivalry for regional supremacy seems, to a great extent, to fuel the Yemeni war itself. But realistically speaking, can the Yemeni battlefield be disassociated from the overall Saudi-Iranian rivalry for regional supremacy? The answer is maybe and it is exactly here that the U.S could play a constructive role. With its traditional ties with the Kingdom and the American-Iranian relations in a state of rapprochement, the U.S could assume the post of a third party facilitator between the two powers towards the adoption of more moderate postures.

For Washington, this would in turn necessitate a series of steps beginning with the shutoff in the sales of American arms to Riyadh. For the time being, Saudi Arabia does not demonstrate any clear willingness to step back in its bombing campaign that has resulted in a grandiose civilian death toll in the neighboring country. But besides its humanitarian dimension, the indiscriminate bombings of the Saudi-led coalition have negative side-effects in the Yemeni power equation insofar they lead to the dereliction of large swathes of the country facilitating, in this way, safe gateways to the Yemeni soil for extremist groups like Al-Qaeda and ISIS. Turning a blind eye instead of using its leverage to ensure a more reasonable Saudi posture therefore, holds the American administration responsible not only for the Yemeni humanitarian catastrophe, but also for further deteriorating an already complex situation in the ground. Surely, the firing of cruise missiles against Houthi radars – the first direct American engagement after the outbreak of the war – does not point to a diversified American attitude. But with the public critique against the unconditional support to Saudi Arabia growing and elements of the American leadership openly condemning Saudi actions, there is high hope for a different American strategy.

Coming to an end, it is high time that all the parties that have a say in Yemen demonstrate the requisite prudence and pragmatism in the table of negotiations. This will entail a series of compromises or even shift in traditional alliances, but as things stand, if the next peace talks fail to exclude a meaningful long-lasting agreement, Yemen risks to further derail into bloodletting and to transform into a safe heaven for extremist groups.[:]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *